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La morale di Enrico.

Il pomeriggio del 16 giugno 1983, nel corso della manifestazione della Federazione Giovanile Comunista Italiana che si teneva al Pincio di Roma, il segretario generale del PCI, Enrico Berlinguer, da oltre un decennio alla guida del partito, fu protagonista dell’evento che più d’ogni altro avrebbe segnato plasticamente lo scenario politico italiano nell’immaginario collettivo per gli anni a venire. Più o meno alla fine del suo intervento ai giovani del partito, Berlinguer fu raggiunto sul palco da un irrefrenabile Roberto Benigni, notoriamente simpatizzante del PCI che, in un empito di gioioso trasporto e fraterna vicinanza con il leader comunista, lo prese in braccio come un bambino e lo dondolò per lunghissimi secondi.

Le facce divertite di Benigni e dello stesso Berlinguer restituiscono la dimensione umana e amichevole che quella circostanza, da formale manifestazione di partito, assunse nel breve volgere di qualche attimo. La politica e i politici, che fino ad allora erano stati seri e ingessati fino ad essere seriosi e stucchevoli nelle loro liturgie paludate, da quel momento non sarebbero più stati gli stessi. Berlinguer mostrò a tutti che era definitivamente tramontata l’epoca dei leader di partito al di sopra degli individui. Costrinse tutti a scendere dai piedistalli sui quali erano stati fatti salire.

C’è da dire che tutta la parabola pubblica del politico sardo fu costellata di momenti dirompenti, di clamorosa rottura rispetto la linea di azione attesa. A cominciare dalla condanna dell’intervento sovietico in Afghanistan del 1980 fino al famoso strappo con l’URSS del dicembre del 1981, a seguito delle vicende tragiche accadute in precedenza in Polonia, nel quale Berlinguer chiuse idealmente il rapporto con il PCUS rivendicando la primogenitura di un movimento socialdemocratico nuovo che percorresse una strada diversa, la c.d. “terza via”, rispetto quelle allora concretamente realizzate nel panorama politico mondiale.

Ma le battaglie politiche per le quali Berlinguer è ricordato ancora oggi riguardano, prima, la ricerca di un rapporto costruttivo con la DC di Aldo Moro alla fine degli anni ‘70, definito dai politologi “il compromesso storico” e, successivamente, l’indicazione della “questione morale” cioè la denuncia dell’occupazione dei partiti al potere da lui definita nel corso di un’intervista a Eugenio Scalfari su Repubblica nel 1981 come “un assalto alle istituzioni”. Non un problema di disonestà o illegalità, pure censurabili, quanto la deformazione in atto del sistema democratico italiano.

Enrico Berlinguer trovò la morte a seguito di un ictus che lo colpì durante un comizio a Padova per le elezioni europee del 1984. Nonostante il malore lo avesse duramente prostrato, volle concludere faticosamente il suo intervento, per poi rientrare in albergo dove immediatamente entrò in coma. Morì al Giustinianeo l’11 giugno 1984 alle ore 12:45, per emorragia cerebrale. Un lunedì plumbeo per la politica italiana.

Berlinguer in braccio a Benigni sul palco del Pincio a Roma nel 1983. (foto liberamente tratta dal web).
Berlinguer in braccio a Benigni sul palco del Pincio a Roma, nel 1983. (foto liberamente tratta dal web).

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L’Araba Fenice

I gradini disegnano una curva che ti consegna a un anfiteatro di libri. Odore di carta, di tela, di colori. Entro nella sala. Mi accoglie la mia cara amica ritrovata, Grazia, che interrompe per me una appassionata discussione sui massimi sistemi. Mi parla di lei, dei suoi quadri, della sua vitalità. È una fonte di energia che fluisce, inarrestabile. Le sue opere, cariche di simbolismi profondi, riflettono uno stato d’animo immanente. Grazia è una pittrice istintiva, onesta, trasparente, libertaria, con uno sguardo che concede sempre all’osservatore una via di salvezza, una speranza, un approdo. Rinascendo dai suoi travagli interiori, si è librata verso la pittura come in volo. Il volo dell’araba fenice.

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(dalla pag. FB dell'autore)
(dalla pag. FB dell’autore)

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Missing in action

Sì, lo so. Ormai da due mesi questo blog non dà più segni di vita. Qualcuno si è giustamente chiesto se, magari, io sia trapassato, espatriato, smemorato, ricercato e via participiando. Voglio tranquillizzare tutti: sono vivo e vegeto. Godo ottima salute e circolo ancora per le vie cittadine. È che in queste ultime settimane sono stato impegnatissimo con le presentazioni del romanzo “L’ultimo sole di settembre” e non mi è rimasto spazio per altro. Quasi tutto il mio tempo libero, che già è poca cosa, se n’è andato così. Amen, va bene. Ci mancherebbe altro. A presto.

 

La piacevole serata a Calabria d'Autore.
La piacevole serata a Calabria d’Autore.
La memorabile presentazione alla villetta della Biblioteca Comunale "De Nava" di Reggio Calabria
La memorabile presentazione alla villetta della Biblioteca Comunale “De Nava” di Reggio Calabria

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Non c’è due senza quattro

È già arrivata la primavera, o almeno così sembra. L’aria è permeata di quel sentimento frizzantino che ti inebria e ti fa andare incontro al mondo con l’aria sfrontata di chi, per un attimo, se ne può sentire padrone. La nostra meravigliosa città sbilenca (come ama dire la nostra cara amica Tiziana) è immersa in questo incantesimo un po’ sciroccato che conferisce a tutto un’aura onirica, quasi da realismo magico sudamericano.

In questo contesto, già fantastico di suo, si innesta l’ennesimo assist che il sito online di una delle più importanti testate giornalistiche italiane, e cioè Repubblica.it, elargisce a vantaggio di questo stupendo e martoriato territorio. Per amore di verità, in questo caso gli assist sono ben due in un colpo solo. Nel primo si magnificano le testimonianze dell’antichità che sono presenti in Calabria: Sibari, Capo Colonna, Scolacium, Kaulon, Le Castella, Locri Epizefiri, senza dimenticare il Museo Archeologico di Reggio Calabria, famoso per i Bronzi che ospita, appena rinnovato per consentire una migliore fruibilità delle innumerevoli testimonianze magnogreche che custodisce.

Nel secondo, scopriamo addirittura che la fauna selvatica italiana deve annoverare una nuova specie: lo scoiattolo meridionale (nome scientifico sciurus meridionalis). Presente in Calabria e in Lucania, nero con il ventre bianco, si differenzia dallo scoiattolo europeo (sciurus vulgaris) che invece tende al rosso e, con tutta evidenza, anche dallo scoiattolo grigio (sciurus carolinensis). Con il che si conferma un primato molto importante per il nostro paese in tema di biodiversità.

Non stupisce, anzi direi essere quasi emblematico, che la nuova specie appena scoperta sia già a rischio estinzione per tutta una serie di motivi: la riduzione dell’habitat, la competizione con le altre specie, l’inquinamento ambientale, etc. Anche in questo caso, esattamente come per la valorizzazione degli aspetti più strettamente legati alla crescita sociale e culturale di questo territorio, occorre mettere in campo le migliori energie che questa terra è in grado di esprimere per vincere questa sfida.

Gli itinerari archeologici in Calabria (da La Repubblica.it del 24/02/2017).
Gli itinerari archeologici in Calabria (da La Repubblica.it del 24/02/2017).
La scoperta dello scoiattolo meridionale in Calabria (stesso sito, stessa data).
La scoperta dello scoiattolo meridionale in Calabria (da La Repubblica.it del 24/02/2017).

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“I gatti hanno sempre quell’espressione di chi ha letto Kant e l’ha capito”

Il gatto che ha, con ogni evidenza, letto Kant.
Un gatto che ha, con ogni evidenza, letto Kant (e anche Schopenhauer).

(Tweet geniale di Francesca Amato per la giornata mondiale del gatto; qui sotto, invece, il mio modesto contributo.)

La gatta

L’animale lo guardava dall’alto verso il basso con un’espressione di malcelato fastidio. Sembrava quasi voler significare all’ostinato padrone che nemmeno coi buoi l’avrebbe trascinata via dalla postazione nella quale si era solennemente accomodata per gustarsi il mondo che passava nella via. Il tettuccio dell’armadio metallico posizionato proprio all’angolo del balcone dell’appartamento al secondo piano di un anonimo fabbricato di periferia era uno dei suoi rifugi preferiti in primavera. Era riparato dal sole e dal vento, c’era una bell’aria e una vista fantastica sulla piazzetta e sulla strada che la costeggiava e Bella, così si chiamava la gatta, amava starsene acciambellata su quel belvedere a osservare il movimento sottostante. Ogni tanto passava da quelle parti qualche bel maschiaccio liscio di pelo e svelto di cerimonie e non le dispiaceva affatto di fare nuove conoscenze. Tutto sommato era una micia ancora giovane coi suoi cinque anni scarsi e poi le piaceva godersi la vita. Che male c’era? Se fosse stato peccato il Signore non avrebbe certo creato i gatti svelti, pensava felina nella sua mente.

Il signor Lepido la conosceva bene o almeno così pensava. L’aveva vista nascere e del resto il nome gliel’aveva appioppato lui stesso quando, ad appena due o tre mesi di vita, l’aveva notata atteggiarsi davanti allo specchio. Aveva trovato la cosa eccezionale: non è assolutamente naturale che una bestia, per di più così giovane, vedendo la propria immagine riflessa si riconosca. In genere qualunque animale pensa a un altro individuo, potenzialmente pericoloso, e si ritrae in buon ordine. Ma Bella no, lei stava davanti allo specchio compiaciuta o almeno così gli era sembrato. Gli era parso che stesse lì a spararsi le pose e, sollevandola da terra tra le mani, l’aveva apostrofata con dolcezza: «Ehi, piccola. Che fai, guardi quanto sei bella?» La gattina, solo un tantino contrariata per l’interruzione, gli aveva inviato di rimando un “Miaooo” così languido che il signor Lepido lo intese come se l’animale avesse voluto rispondere affermativamente alla domanda. E da quel momento fu Bella per tutti.

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Il signor Lepido voleva bene alla sua gatta ma sapeva anche che era testarda come un mulo e che se aveva deciso di rimanersene sopra il suo armadietto non c’era verso di tirarla giù nemmeno con le cannonate. Il problema era che lui aveva un appuntamento fuori città e ormai era ora di muoversi se non voleva arrivare in ritardo. Ma non gli andava di lasciare la poverina chiusa fuori in balcone. Poteva rincasare tardi e avrebbe potuto prendere freddo e, magari, farsi venire un malanno. No, doveva assolutamente trovare il modo di farla rientrare in casa prima di andarsene altrimenti non sarebbe stato tranquillo fino al suo ritorno. Ma come? Chiamarla ancora non sarebbe servito e arrampicarsi su una sedia o su una scala per agguantarla si poteva rivelare pericoloso per la gatta e anche per se stesso. No, meglio escogitare qualcosa. Dopo qualche rimuginamento il signor Lepido pensò che la cosa migliore era cercare di incuriosire Bella da dietro una porta o una finestra con qualcosa che l’attirasse nell’appartamento per poi chiudere l’imposta per impedirle di riguadagnare il balcone. «Sì, può funzionare.» pensò l’uomo al quale adesso la fretta cominciava a fare venire una certa frenesia. Entrò veloce in camera a cercare un animaletto di pezza che ricordava di avere visto da qualche parte e, trovatolo, si spostò con quest’affare in bagno la cui finestra era proprio accanto l’armadietto sul quale troneggiava la gatta. Aprì appena l’imposta dopodiché, facendo balenare il peluche dalla fessura, cominciò a richiamarla nella maniera più suadente che gli riusciva: «Pssss, pssss. Ehi Bella, vieni dentro. Bella, su. Sono qui, dai vieni.»

*****

La tiritera andava avanti da un bel pezzo senza peraltro grandi risultati. Ogni tanto il signor Lepido metteva fuori la testa per constatare l’effetto ottenuto e poi, vedendo che la gatta stava sempre lì a sbadigliare e a strafottersene di lui, ricominciava la litania. Così, mezzo nascosto dalla finestra, con la visuale impedita dall’anta e con la mente obnubilata dalla fretta non si accorse che, nel frattempo, la signora Cratisca aveva parcheggiato in piazzetta e che, mentre lui adescava Bella, stava scendendo con la sua usuale pompa dalla macchina. Aveva appena chiuso lo sportello e stava aggiustandosi il vestito e i capelli specchiandosi nel vetro laterale dell’utilitaria rosa confetto quando la donna avvertì come un sibilo sommesso e poi una specie di sospiro. Si guardò intorno ma niente, non c’era un’anima. Ancora il sospiro. Questa volta più forte, come un richiamo. Con la coda dell’occhio percepì un movimento nel palazzo di fronte, al secondo piano e prestò maggiore attenzione. Il signor Lepido fece uscire appena la mano nella fessura con un gesto rapido a mo’ di avanti e indietro e un’altra volta, rivolto alla gatta, soffiò: «Pssss, pssss. Ehi Bella, su. Vieni dentro. Bella, sono qui, dai vieni.»

*****

La signora Cratisca ebbe un fremito. Conosceva appena il signor Lepido, quello del secondo piano. Un tipo piuttosto taciturno ma comunque giovane, alto e ben messo. Un bell’uomo, scapolo per giunta. A lei, quarantenne infelicemente sposata con un vegliardo di sessanta, pure cagionevole di salute, non dispiaceva affatto ma non aveva mai trovato il modo di attaccare bottone né lui si era mai fatto avanti nelle poche occasioni nelle quali le era capitato di incrociarlo. E ora, invece, la abbordava così sfacciatamente senza nessun approccio preliminare. Che malandrino, pensò la donna mentre vampate di un calore avvolgente le salivano da sotto fino alle gote rendendole ansimante il respiro. Si guardò di nuovo intorno per sincerarsi che non ci fosse nessuno nelle vicinanze, soprattutto qualcuna di quelle megere delle vicine che non perdevano occasione di spargere chiacchiere velenose sul suo conto solo perché, racchie e scasciate com’erano, non potevano certo competere con lei nella seduzione di un uomo fosse anche il più brutto sulla faccia della Terra.

«Nessuno, che fortuna.» pensò la donna che, guardando nella fessura della finestra del secondo piano, finalmente incrociò lo sguardo del signor Lepido che si stava sporgendo per appurare gli effetti dei suoi richiami. Rapidissima accennò un gesto della mano e uno sguardo complice che significavano: «D’accordo, io ci sto. Che faccio, salgo? Mi apri il portone?» Il signor Lepido la vide e non capì. La conosceva di vista, buongiorno e buonasera, e comunque non gli stava simpatica con quelle sue arie, quelle smancerie. Una donna della sua età, pensava, avrebbe dovuto ostentare più misura, maggiore decoro.

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L’uomo si imbarazzò di essere stato visto in quella funzione e ricambiò sbrigativo quello che aveva inteso come un saluto. Questa volta non capì la signora Cratisca che, ad ogni buon conto, ripeté  il cenno e lo sguardo all’indirizzo del secondo piano. Il signor Lepido, interdetto, chiuse istintivamente a crocchio le dita della mano chiedendosi cosa diavolo volesse la tardona e tornò a salutare avvampando in viso di un rosso fuoco per l’anomalia della situazione.

«Ma insomma! Che significa?» sbottò la signora Cratisca alla quale non era mai capitato che un uomo le si sottraesse in maniera così imprevedibile.

«Chiamavo la gatta.» esalò in un flebile soffio il signor Lepido, parlando come rivolto verso il nulla.

«Lei è un cretino!» sentenziò la donna, furente per essere stata sedotta e abbandonata in un attimo.

Il signor Lepido chiuse l’imposta frastornato. Mandò idealmente affanculo la signora Cratisca e la gatta, prese le chiavi della macchina, la giacca e uscì di corsa perché stava facendo tardissimo.

Scendendo le scale pensò che non c’era niente da fare. Si era sempre sbagliato.

Lui le gatte non le capiva proprio.

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Oggi mi sento più che mai baraccotu

I reggini doc lo sanno, baraccotu è il termine neanche tanto larvatamente dispregiativo che una larga parte della buona borghesia cittadina ha, per decenni, riservato a tutta quella massa di inurbati dell’ultima ora, plebaglia volgare, popolino senza pennacchio, tamarri ca scorcia dai quali era meglio tenersi prudentemente alla larga. La parola prese piede nei decenni dopo il terremoto quando, per lungo tempo, moltissimi continuarono a vivere nei baraccamenti ancora in piedi in città, gli ultimi sarebbero stati abbattuti solamente verso la fine del secolo scorso. Ma qui, in queste righe, assume tutto un altro significato.

A mezzogiorno di ieri, ora locale di Washington, D.C., pronunciando le trentacinque parole che da tempo immemore cristallizzano la formula dell’insediamento, più quattro “a piacere” («Che Dio mi assista!»), Donald J. Trump è formalmente diventato il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Il controverso tycoon newyorchese si avvia a governare una complessa transizione, in una nazione quanto mai divisa, in particolare sul suo nome e sulla sua capacità di gestire la cosa pubblica.

Lascia la ribalta mondiale, dopo otto anni intensi, Barack Obama, primo afro-americano nella storia ad aver ricoperto questo altissimo incarico. Basterebbe solo questo per segnalare come degna di menzione e memoria la sua amministrazione. Un nero (come Martin Luther King, a cui pure il nostro si è ispirato) alla guida della nazione più potente al mondo è, ipso facto, un messaggio altrettanto potente, più di tante manifestazioni, battaglie per i diritti, etc. Ma il buon Barack deve aver pensato, tanto che mi trovo …

Durante la sua presidenza, dal 2009 per due mandati consecutivi, si è industriato in ogni modo per creare migliori condizioni di pace nel mondo, nuovi posti di lavoro, allargare il welfare per i cittadini, diminuire loro le tasse, proteggere l’ambiente, limitare l’inquinamento da combustibili fossili, bandire la tortura, prendersi cura dei minori, degli studenti, dei consumatori. Ma, soprattutto, dei malati in un paese dove, storicamente, vige da sempre la legge del più forte. Insomma, una rivoluzione culturale.

Un attivismo, questo messo in mostra da Obama in questi otto anni, paradossalmente “causato” dal fatto di essere stato insignito del Premio Nobel per la Pace già nel 2009, quando molti osservatori osservarono che, in effetti, il conferimento appariva un po’ prematuro. Forse era vero, anche se lui ovviamente non ne aveva colpa. Il comitato norvegese era stato leggermente accondiscendente, procedendo a una scelta “ruffiana”. Sulla fiducia, diciamo così.

Tuttavia, col senno di poi, possiamo dire con assoluta certezza che mai Nobel a un politico sia stato più meritato. Basti vedere le testimonianze infinite, soprattutto dalla cosiddetta gente comune, che continuano a fioccare nei suoi confronti e di tutta la “first family”, Michelle in testa, per come quest’uomo mite, dal contagioso sorriso fanciullesco abbia condotto gli ultimi otto anni della scena politica mondiale in maniera tanto giusta, pulita e convincente.

Onore a Barack Obama, quindi, per tutto quello che ha fatto e per quello che farà ancora, da qui in avanti. Anche se destinato a fare il pensionato di lusso, infatti, uno come lui non può non occuparsi di questioni importanti per il mondo. E chissà che per la prima presidente-donna l’America, fra quattro anni, non pensi a una certa first lady. Il nero ritornerà di moda.

Viva Barack! (da un sincero baraccotu).

Barack Obama, 44° presidente USA (immagine liberamente tratta dal web).
Barack Obama, 44° presidente USA (immagine liberamente tratta dal web).

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Allora davvero sta cambiando l’aria

Beh, amici miei … che devo dire? Sono un po’ frastornato. Certo due indizi, se proprio non fanno una prova ci vanno almeno tanto vicino. Non più tardi di dieci giorni fa ho scritto della proclamazione della Calabria come meta imperdibile di una vacanza da parte del prestigiosissimo New York Times, notizia riportata dal sito La Repubblica.it del 5 gennaio scorso. Ebbene, oggi, sempre lo stesso sito contiene un articolo sulla nostra regione che magnifica la bellezza dei paesaggi d’Aspromonte e della Sila e suggerisce di andare a sciare a Gambarie, Camigliatello e Lorica.

Non siamo ancora arrivati a quello che descrivevo l’altra volta né ce ne sarebbe stato il tempo (si parla di lavorare sodo per anni, magari) e tuttavia riconosco che quantomeno uno dei più autorevoli quotidiani italiani online ci sta riservando da un po’ un trattamento notevolmente più garbato della media dei media. Vivaddio, starà davvero cambiando l’aria che tira? Noi, comunque, diamoci da fare!

L'articolo su Repubblica.it del 14 gennaio che consiglia di sciare in Calabria.
L’articolo su Repubblica.it del 14 gennaio che consiglia di sciare in Calabria.

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Della serie

Della serie che fino a non più di venti giorni fa l’alta pressione la faceva ancora da padrone su tutta la regione, chi la passeggiata in riva al mare, chi il gelato sul corso sbracciato come d’estate, chi intento a raccogliere i pomodori che a novembre inoltrato non s’era mai visto.

E tutti a dire che l’inverno oramai non esiste più, si passa direttamente dal caldo torrido dell’estate al fresco di dicembre-gennaio e poi di nuovo il tiepido della primavera prima di rituffarci nel solleone estivo, così senza soluzione di continuità e i cappotti li puoi rivendere di seconda mano. Per non parlare dei riscaldamenti, chi li accende più?

Fino a che, arrivati a un dato momento che non si sa, qualcuno annuncia che la colonnina del barometro andrà giù in picchiata, che i giorni della merla e della cornacchia, che forse nevica, e nevica, sì nevica da matti, proprio con i fiocchi anche giù in città, che ti sembra una volta quando a Natale nevicava sempre e, in fin dei conti, tutto torna al posto suo.

E subito tutti a dire che minchia che freddo che fa, pare la Siberia, devo prendere un buon cappotto che quelli che ho sono leggeri, oh ma hai visto la neve fin dove l’ha fatta, moriremo congelati, non ci sono più le stagioni di una volta.

Della serie che sì, va bene, il buco dell’ozono, il surriscaldamento globale, i combustibili fossili, le scie chimiche, la farfalla che sbatte le ali al polo, ma accettare che il clima non è né sarà mai esattamente come vogliamo noi, come lo desideriamo noi, in base ai nostri capricci momentanei, alle nostre fisime, ai nostri convincimenti pseudo-scientifici di cortissima memoria, no eh?

Insomma, per i cambiamenti del clima mi sto attrezzando, per i cambiamenti (o giravolte) dell’uomo ci devo ancora lavorare un po’ su.

L'irreale paesaggio simil-norvegese di sotto il laghetto di Gambarie, regalo della Befana.
L’irreale paesaggio simil-norvegese di sotto il laghetto di Gambarie, regalo della Befana, dal calduccio confortante del fuoristrada.

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Una terra da visitare

Diciamoci la verità: la notizia è di quelle che catturano l’attenzione e ti fanno sobbalzare sulla sedia. Che ti fanno subito pensare a una boutade. Uno scherzo anche sgradevole, se vogliamo. E invece no, è tutto vero. La Calabria è tra le mete più ambite, imperdibili addirittura, per passarci una vacanza. Lo sostiene nientemeno che l’autorevolissimo quotidiano americano New York Times e non è una svista. Anzi, sottolinea l’influente giornale statunitense che se si vuole trovare il cibo migliore in Italia non si deve guardare alla Toscana, al Lazio o che so io, quanto piuttosto al sud della Calabria dove i sapori spaziano dalla tradizione più rigorosa alla sperimentazione gastronomica più spinta, basata su colture biologiche e vitigni autoctoni.

Wow, finalmente! Finalmente si guarda alla Calabria come a una terra accogliente. Finalmente qualcuno avverte il bisogno di segnalare l’estremo lembo dello stivale come l’eccellenza in qualche ambito e non come zona off-limits, come territorio popolato da malfattori dove è meglio non recarsi se non si vuole mettere a rischio la propria incolumità. Non c’è che dire, una soddisfazione. Tutti i calabresi perbene, e sono tantissimi, un’autentica moltitudine, hanno di che gioire. Visitate la Calabria! Gustate i sapori vecchi e nuovi di questa terra. E tuttavia …

Tuttavia, parlando di sapori, non posso negare che questa notizia, dopo l’entusiasmo iniziale, mi ha lasciato un retrogusto amarognolo, come un asprigno, un residuo, un certo non so che. E mi sono di nuovo incupito. Ovviamente la pubblicità del NYT è positiva, senza dover fare sempre gli scontenti per mestiere. E allora? Dove sta il problema?

Il problema, almeno il mio, sta nel fatto che tutto un popolo, noi calabresi per l’appunto, abitiamo una terra meravigliosa che il Signore ha voluto privilegiare in ogni modo possibile: un clima che più clemente non si può, splendide montagne, magnifica e variopinta flora e fauna, un mare che ammalia per quanto è bello. Insomma, nella sua lingua fatta pragmaticamente di evidenze, il Creatore ci significa che sì, si è applicato molto per generare tutto quello che si offre alla vista dell’uomo ma nel momento in cui stava modellando questa terra, ecco, proprio in quel preciso momento era particolarmente in vena, era come posseduto da una ispirazione così benevola che ogni cosa gli è venuta magnificamente. Un vero Eden. Un Paradiso in terra.

E noi calabresi, che abbiamo fatto? Beh, abbiamo pensato bene di cementificare i litorali e i torrenti, di inondare di rifiuti le fiumare, di avvelenare i mari e le coste, e di scempiare ogni cosa in un dilagante cupio dissolvi che non può essere giustificato in nessun caso. Chi può essere così accecato da interessi perlopiù innominabili, da pensare di poter ferire a morte la terra sulla quale vive, sulla quale vivono i suoi figli?

Ecco il saporaccio che mi è tornato in bocca, alla lettura del giornale. È questa la priorità che una classe dirigente attrezzata si dovrebbe porre: il risanamento e la difesa di un territorio bellissimo e fragile, dove ciascuno può e deve impegnarsi per fare il proprio pezzetto di lavoro in maniera che, pezzetto dopo pezzetto, questa terra finalmente rinasca a nuova vita e sia di nuovo quell’Eden che Domineddio ci aveva consegnato nella notte dei tempi e che noi calabresi abbiamo il dovere di salvaguardare.

Affinché, fra qualche tempo, qualche autorevole giornale dichiari solennemente che la Calabria è diventata non un posto fantastico dove mangiare bene ma una terra meravigliosa dove stabilirsi, perché viverci è un’esperienza eccezionale.

La notizia della segnalazione del New York Times. da La Repubblica.it del 5 gennaio 2017
La notizia della segnalazione del New York Times.
da “La Repubblica.it” del 5 gennaio 2017

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Mille grazie!

Già decine e decine di persone hanno pensato di comprare “L’ultimo sole di settembre” per seguire le vicende di Candido o per regalare il libro a qualcuno a Natale. Un gigantesco grazie di cuore a tutti quanti.

Buona lettura e Buone Feste!

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L’ultimo barbudo.

Quando quel pomeriggio del 9 ottobre 1967, riluttante e mezzo ubriaco a causa dell’alcol ingurgitato per farsi forza, il sergente Mario Teràn entrò nella piccola scuola di La Higuera dov’era costretto il prigioniero e sparò il colpo di pistola che ferì Ernesto Guevara alla gola e ne determinò la morte, mezzo mondo ancora si stava chiedendo dove fosse andato a finire il rivoluzionario più famoso del pianeta, scomparso dai radar di Cuba ormai da più di due anni. Ecco dov’era andato a finire, il Che: a morire in Bolivia nell’ennesima battaglia per la rivoluzione che aveva intrapreso.

A quell’epoca non avevo coscienza dei diritti dell’uomo, della lotta di classe, degli oppressi in giro per il mondo e delle rivoluzioni in atto per abbattere i dittatori di questo o quello stato oppressore. Avevo solo sei anni e quello che mi interessava era che mia madre mi volesse bene e che la mia famiglia fosse in salute e in armonia. Oltretutto non avevamo ancora il televisore e, quindi, nemmeno lo avevamo mai sentito nominare, il Che. Avendo mancato l’appuntamento con il necrologio della più importante figura di rivoluzionario del ventesimo secolo, compenserò con il suo contraltare, l’alter ego, il numero uno della rivoluzione cubana della quale Guevara è stato il numero due. Il lider maximo, Fidel Castro.

Fidel sta al Che come lo stomaco sta al cuore, come il whisky sta al rhum, come CR7 sta alla Pulce, come Gianni sta a Pinotto. Come la realtà sta ai sogni. Fidel era il lucido stratega della rivoluzione per abbattere Fulgenzio Batista, il sergente di ferro che si era impadronito di Cuba con il favore dell’establishment americano e che aveva trasformato l’isola nel bordello preferito dei ricchi yankee, mentre Ernesto era il comandante impavido che infervorava le truppe e le guidava in combattimento come un sol uomo, dritte verso il successo finale. Fidel era la mente, Ernesto il braccio.

La coppia in verità era un terzetto, perché occorre aggiungere un’altra figura non meno importante dei due appena citati. Si tratta di Camilo Cienfuegos, vero tessuto connettivo della rivoluzione e autentico trascinatore degli animi che, però, morirà nell’ottobre 1959 a neanche ventotto anni in un incidente aereo che, ancora oggi, rimane avvolto nel mistero. I tre barbudos (lamette per radersi e, soprattutto, tempo a disposizione non ce n’era), dopo la decisiva battaglia di Santa Clara e la fuga di Batista, entrano da trionfatori all’Avana l’8 gennaio 1959. Da quel momento la cifra politica dei due uomini si divarica fino ad allontanarli definitivamente.

Fidel smette i panni del rivoluzionario per assumere quelli di governante. Realizzerà un clamoroso e contraddittorio paradosso: essere l’uomo forte, il comandante assoluto, il leader indiscutibile di una nazione per i successivi cinquant’anni circa, proprio lui che aveva armato una rivoluzione per abbattere un uomo forte, un comandante assoluto, un leader indiscutibile. E, inoltre, dovrà anche prendere atto che la situazione di povertà a cui saranno sottoposti per anni i cubani determinerà il raddoppiarsi del numero di prostitute dell’isola rispetto agli anni bui del sergente Fulgenzio Batista.

Il Che, dopo un primo periodo al fianco dell’amico come ministro dell’Industria, nel 1965 lasciò Cuba per spingersi in altre parti del mondo dove esportare la rivoluzione popolare: il Congo e, quindi, la Bolivia. Qui, come abbiamo visto prima, dopo una serie di rovesci e la conseguente cattura avvenuta la mattina dell’8 ottobre 1967 in un canalone vicino La Higuera, ferito alle gambe, troverà la morte per mano del sergente Teràn. Esposto come un Cristo morto, il giorno dopo a Vallegrande, a tutti i boliviani e ai giornalisti delle più importanti testate convenuti da ogni dove, con gli occhi ancora aperti che trafiggevano i presenti, entrerà nel mito e nell’immortalità. Fidel gli sarebbe sopravvissuto per quasi mezzo secolo. Anche questo un paradosso per un rivoluzionario.

 

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L’ultimo sole di settembre.

Adesso il romanzo è in libreria, si può prenotare sul sito dell’editore Falzea (Emozioni da leggere) e, soprattutto, è già disponibile su Amazon, IBS e Feltrinelli.

Buona lettura.

 

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A giorni nelle peggiori librerie di Caracas (e di Reggio Calabria).

Scherzi a parte (che ci volete fare, effetti collaterali della pubblicità): tenetevi pronti. Sta per uscire un nuovo, bellissimo libro che parla della Calabria e dei calabresi. Come faccio a saperlo? Semplice, l’ho scritto io. Si tratta di un giallo. Uno di quelli con i morti ammazzati, le indagini di polizia e tutto il resto. Ma, in verità, non è proprio un giallo. Direi che è più un pretesto per parlare della nostra terra, di guardarci dentro con occhi disincantati, senza sconti per nessuno, cercando di esorcizzare il peggio che c’è e di enfatizzare quanto di buono (ed è tanto) riusciamo a fare ogni giorno. L’editore, Paolo Falzea, conferma che ormai è questione di poco. A stretto giro vi comunicherò la data di uscita del romanzo e delle prime presentazioni. Per il momento vi dovrete accontentare della copertina:

L'ultimo sole di settembre - Romanzo pubblicato a novembre 2016
L’ultimo sole di settembre – Romanzo pubblicato a novembre 2016

 

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Guitto, ciarlatano, giullare, genio assoluto. In una parola: DarioFo.

Nel 1977, in una tristissima televisione non ancora a colori, paludata negli ingessatissimi programmi del primo e secondo canale, come si diceva allora, irrompe come una ventata di aria fresca la variopinta, irriverente, scanzonata e iconoclasta compagnia teatrale (ma assomigliava di più a un circo, chiassoso e festante) di Dario Fo e della sua musa, Franca Rame ed è subito amore. Di quelli che ti prendono allo stomaco e non ti mollano più anche se, nel frattempo, passano i decenni e tu non sei più lo stesso. Ma il feeling, quello sì, rimane immutato.

All’epoca ero un’adolescente inquieto alle prese con le immaginabili asprezze del vivere in una realtà molto difficile, qual era la mia Reggio in quegli anni, e questo funambolo della parola e del gesto teatrale, questa maschera ilare, fanciullesca ma graffiante, e la sua bellissima compagna sulle scene e nella vita mi sono apparsi come dei folletti amabili e giocosi che mi confortavano nelle mie grigie serate solitarie. Li stavo a guardare incantato senza perdermi una sola parola, a partire già dalla sigla: “Ma che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sui balconi, sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra il carrozzone …” con grande disdoro dei miei che cominciavano a pensare che forse sì, era il caso di farmi vedere da uno bravo.

Con gli anni Dario è diventato un vero e proprio mito, un maestro di teatro preso a modello da molti. Il suo gramelot è stato imitato, con risultati più o meno all’altezza, da tanti estimatori ma solo lui riusciva a farne una musica ancor più espressiva di tutte le parole di tutte le lingue del pianeta. È arrivato ad essere l’autore italiano più rappresentato nel mondo, fino all’inaspettato ma meritatissimo Nobel per la letteratura del 1997. Nonostante ciò, ha continuato a definirsi un guitto fino agli ultimi giorni.

Dicono che alla fine fosse stato preso da una specie di bulimia del vivere. In palcoscenico fino a settembre scorso a recitare, i pennelli ancora in mano qualche ora prima del ricovero al Sacco di Milano. Era, invece, solamente la sua generosità che, sentendo avvicinarsi la fine, gli imponeva di dare di sé tutto quel che poteva prima dell’ultimo sipario. Aveva novant’anni ma era sempre quel giovane imbranato spilungone, con un gran nasone, i dentoni sporgenti e due orecchie imbarazzanti, che con la sua arte e con la sua vitalità ha cambiato per sempre il costume nazionale e ha fatto di noi italiani persone un po’ migliori di prima.

La faccia di Dario Fo, una maschera teatrale anche senza trucco. (immagine liberamente tratta dal blog del maestro, n.d.r.)
La faccia di Dario Fo, una naturale maschera teatrale . (immagine liberamente tratta dal blog del maestro, n.d.r.)

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Quattro settimane e ½ di Costa Viola.

Galleria semiseria di immagini di questa estate tra Scilla, Favazzina e Bagnara:

Gli ombrelloni del Trillionaire
Gli ombrelloni del Trillionaire
La splendida costiera vista da Scilla
La splendida costiera vista da Scilla
Barche all'ancora a Chianalea
Barche all’ancora a Chianalea
Scilla, come la vita, è fatta a scale.
Scilla, come la vita, è fatta a scale.
La vecchia centrale idroelettrica di Favazzina
La vecchia centrale idroelettrica di Favazzina
Bagnara inondata di sole.
Bagnara inondata di sole.
Finestra su Marina Grande
Finestra su Marina Grande
Chianalea e il porticciolo turistico dominato dal castello Ruffo.
Chianalea e il porticciolo turistico.
Un angolo incantato di Favazzina
Un angolo incantato di Favazzina
Ci potevamo fare mancare il tramonto sulle Eolie? Certo che no!
Ci potevamo fare mancare il tramonto sulle Eolie? Certo che no!
I ragazzi di ogni epoca sono sempre uguali.
I ragazzi di ogni epoca sono sempre uguali.
Quando mancano le meduse ci pensa Giove Pluvio.
Quando mancano le meduse ci pensa Giove Pluvio.
Preoccupanti nuvoloni sul lido Nausicaa.
Preoccupanti nuvoloni sul lido Nausicaa.
Silenzio, si gioca: semifinale al torneo di tressette.
Silenzio, si gioca: agguerrita semifinale all’annuale torneo di tressette e briscola.
Gli sconfitti al torneo di tressette rendono omaggio ai campioni.
Gli sconfitti al torneo rendono omaggio ai campioni.
La sobria esultanza dei campioni stessi.
La sobria esultanza dei campioni stessi.
La grande tavolata a conclusione del torneo.
Grande tavolata a base di stocco a conclusione della contesa.
Malinconia di fine stagione.
Malinconia di fine stagione.

 

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2016-07-03_221359

 

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Ma vi ricordate quant’era bello …?                                                                   (Sogni e ricordi di una notte di inizio estate)

Serata di fine giugno al mare. La rimpatriata tra amici ravviva una piazza semideserta (quasi luglio; e quando parte la stagione? eh, la crisi … hai voglia a dire che siamo in ripresa, ma quando? ma dove?). Favazzina è letargica, indifferente, sonnacchiosa. Anche il Mago è chiuso e Maciste ha aperto ma solo per tirar via dal locale la patina che ha depositato un anno trascorso senza che nessuno se ne accorgesse. Così, a tradimento. Il clamore mediatico suscitato dalla recente inaugurazione in pompa magna del mega elettrodotto è finito, ormai alle spalle. Un altro pezzetto di questo splendido borgo immolato ai superiori (e legittimi) interessi nazionali senza, però, che il paesino ne tragga, come al solito, il benché minimo giovamento. Non un’opera né un’attenzione al territorio. Gratis et amore Dei.

Pizza e birra nell’androne rumoroso e, anche senza rutto libero, le chiacchiere scivolano comunque in libertà. L’amica maschiaccio, selvatica fin nella radice del nome, parte con «Ma ve lo ricordate, quando eravamo bambini, quanto tempo passavamo insieme a giocare con le cose più strambe? Il carretto, il chiacco … le ciappe, ve le ricordate le ciappe?» Whoom! Immediatamente, come per magia, si spalanca la porta della memoria. Quella della nostalgia romantica, del porca miseria come passa il tempo, e tu ci entri di corsa. A piè pari. Precipiti, inghiottito dal buco nero del passato. Un po’ per farti male da solo, un po’ perché non riesci a capire come, partendo da lì, sei arrivato dove sei. Io, poi, ai ricordi ho anche dedicato un volumetto che dentro ci ho messo tutta l’ansia e il batticuore di quegli anni ormai lontani. Come restarne fuori?

E via, a rievocare come si costruiva il carretto (u’ monopattinu) con i mozziconi del legname utilizzato dai muratori e i cuscinetti a sfera a fare da ruote per sfrecciare in discesa, senza freni degni di questo nome, nel più assoluto e inebriante sprezzo del pericolo. O come, sempre per passare il tempo, preparavamo in men che non si dica il chiacco (u’ chiaccu) con gli arbusti infiorescenti di cui era disseminata la campagna per cogliere al laccio le inconsapevoli lucertole che avevano la sventura di passarci a tiro. La fine orribile che riservavamo alle povere bestiole (arse con l’alcol, infilzate come nostro Signore a una pala di ficarazzara, vivisezionate a scopi parascientifici) ha probabilmente contribuito a fare diventare tutti noi tra i più convinti sostenitori dei diritti degli animali. Puro senso di colpa.

«Ma alle ciappe (i ‘cciappi) come si giocava?» la domanda scatena l’immediata riprovazione generale: «Non sai come si giocava? Non ci hai mai giocato?» e qui anni e anni di dura pratica quotidiana sì che fanno la differenza. Intanto l’attrezzo: un mattoncino pieno, di quelli sottili e artigianali, ciascuno diverso dall’altro, che si usavano a inizio novecento per tirare su le case, con il fango e i pezzi di straci. Occorreva smurarli da dov’erano sepolti da decenni perché non se ne trovavano altrove, col rischio di far venire giù qualcuna di quelle vecchie bicocche che costituivano il paese prima della speculazione edilizia. Poi, diviso in due il pezzo, bisognava smussarne gli angoli per renderlo maneggevole e adatto all’uso. Doveva poter volare, disegnare per aria traiettorie arcuate e imprevedibili come le nostre vite, atterrare senza andare in pezzi e, in ultima analisi, doveva anche un po’ condividere la nostra essenza più intima, essere come noi. La ciappa era finalmente pronta. Adesso servivano altri quattro o cinque scalmanati, uno spiazzo sufficientemente ampio e tanto tempo libero a disposizione e noi di quello, ma solo di quello, eravamo veramente ricchi. La contesa poteva iniziare.

Ore e ore di battaglia (eh sì, perché il gioco delle ciappe era quanto di più vicino ai movimenti di una campagna militare; bisognava spostarsi con attenzione, valutare le mosse dell’avversario, attaccare quando si presentava il momento opportuno, pagare dazio se ti facevi trovare impreparato) con l’unico vincolo di avere abbastanza figurine per la posta. Perché il gioco, con tutta la sua mole di regole e di abilità richieste, serviva fondamentalmente per fregare all’altro quante più figurine dei calciatori, buone per completare l’album di quell’anno. L’autentico tesoro di tutti i bambini del circondario.

L’amarcord finisce in gloria, come al solito, ma questo è un altro discorso. A proposito del volume “L’irresistibile seduzione della memoria”, l’altro giorno sul corso incontro un amico che ai tempi sopra tratteggiati era poco più che un marmocchio. Gli ho procurato una copia del libro, ormai introvabile, e lui l’ha letto. «Bellissimo! Leggevo e ridevo, ridevo e leggevo. E mia moglie mi guardava, scettica, senza capire. Era come vivere le scene descritte lì, davanti ai miei occhi.»

È una piccola cosa, lo so. Ma è bello sapere che qualcuno condivide le tue stesse emozioni. E poi con piccole cose come i mattoncini artigianali una volta abbiamo tirato su un paese intero e abbiamo battezzato un gioco che sopravvive nella memoria collettiva a questi tempi infernali di spersonalizzazione e di partecipazione virtuale alla vita sociale di tutti i giorni.

La desolata piazza di Favazzina (non a caso "delle Rimembranze") non ancora presa d'assalto dalla movida estiva.
La desolata piazza di Favazzina (non a caso “delle Rimembranze”) non ancora presa d’assalto dalla movida estiva.

 

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Il senso civico si coltiva anche (e soprattutto) nelle strade.

Saranno ormai più di due anni, forse tre, che ho preso l’abitudine di andare al lavoro a piedi, da quando ci siamo trasferiti nei pressi del Granillo, e devo confessare che questo ha i suoi innegabili vantaggi. Tra andata e ritorno, mezz’ora di camminata a passo spedito ma neanche troppo che aiuta la circolazione. Incontro un sacco di amici che in macchina neanche noterei, risparmio benzina e inquino di meno, ma soprattutto incomincio la giornata col buonumore perché me ne posso stracatafottere dei casini del traffico e del parcheggio.

Addirittura la cosa è piacevole perfino col brutto tempo. Camminare sotto la pioggia al riparo di un ombrello è molto più rilassante di quanto si possa credere. L’aria, durante un temporale, è infinitamente più pulita del solito e la differenza, respirando a pieni polmoni, la si avverte nettamente. E poi quando piove per strada rimane solo chi ha un motivo valido per essere lì, alla mercé delle intemperie, esposto all’acquivento. Non c’è spazio sotto l’acquazzone per nullafacenti e ciarlatani.

Tuttavia, bisogna ammettere che questa abitudine ha anche, come dire, degli aspetti negativi non di poco conto. Il più clamoroso è rappresentato dal fatto che negli ultimi due mesi hanno tentato di uccidermi ben tre volte. Quella che c’è andata più vicina è una giovane signora con annessa figlia che sta portando a scuola. All’incrocio che sto attraversando mi guarda senza vedermi al volante della sua automobile, forse pensa alla rata del mutuo che scade, e mi viene addosso costringendomi a un salto mortale all’indietro per non essere travolto. Mi arroterebbe lo stesso se, provvidenzialmente, proprio all’ultimo istante non sterzasse fermandosi qualche metro più avanti proprio in mezzo alla strada.

«Mi scusi, mi scusi, non l’avevo vista!» si mette a cantilenare la kamikaze, sopraffatta dalla vergogna di essere al centro dell’attenzione degli astanti. Cenno di assenso con la mano (la figlia ha gli occhi fuori dalle orbite, cosa posso fare?) e, dopo essermi dato una riassestata, mi rimetto in marcia verso l’ufficio. Il ritardo aumenta e dovrò recuperare. Mi riservo una bella filippica per un’altra volta, se mai la incontrerò di nuovo. Ma speriamo di no.

Ieri mattina, invece, sono quasi arrivato al lavoro. Devo attraversare il viale e mi accingo a impegnare le strisce pedonali che sono proprio davanti l’ingresso. Due emuli di Vettel si attaccano al clacson e mi sfrecciano sotto il naso. Vanno almeno a novanta all’ora in pieno centro abitato. Scuoto la testa pensando a quale cazzo di premura li stia costringendo a correre in questo modo. A piedi, forse non avrebbero neanche allungato il passo, ma tant’é. Il terzo mi fa un gesto di scusa con la mano perché va troppo forte e preferisce tirare dritto, comunque a distanza di sicurezza. Il quarto, finalmente, si ferma e mi fa segno di passare. Rispondo al cenno. Attraverso. Proprio quando sono a metà strada, dal fianco sinistro della macchina ferma ne compare un’altra, una berlina vinaccia guidata da un signore piuttosto in là con gli anni, che arriva di gran carriera, mi vede all’ultimo secondo e frena, deo gratias, a pochi centimetri dalle mie rotule.

È anziano, non mi va di infierire. E poi devo ancora smaltire lo spavento per lo scampato pericolo. «Ma gliel’hanno detto che deve fermarsi per lasciare attraversare i pedoni sulle strisce, quando ha preso la patente, o no?» gli dico attraverso il finestrino mezzo abbassato. Lui mi guarda scornato, ingrana la prima e, saggiamente mentre si allontana, mi sfancula alla grandissima.

Ora dico io, gentile pirata della strada per fortuna mancato, mi hai quasi fatto prendere uno schioppon, come diceva il comico anni fa, ti è andata bene che Dio solo sa come e tu tenti di nuovo la fortuna provocandomi come un qualsiasi bulletto di periferia? Per tutta risposta gli indirizzo a gran voce una accorata richiesta di fermarsi per ragionare amichevolmente sui comportamenti materni verso il genere maschile e di come quelli coniugali abbiano potuto influenzare la conformazione dei lobi frontali dello sfortunato.

Non posso non ripensare a quanto accaduto quattro anni fa a Monselice. Ci ero andato per la finale di un premio letterario. La sera prima, tornando in albergo, passo vicino a un quadrivio. È tardi, sono solo sul marciapiedi e per strada non passa un cane. Cammino distratto pensando ai fatti miei, quando sento il rumore di una macchina che arriva e rallenta. Ho il cellulare in mano per chiamare casa e, quindi, ho la testa bassa e non sto guardando. Passano secondi lunghissimi, il telefono non prende, chiudo e alzo lo sguardo. E finalmente lo vedo. L’automobilista è lì, fermo davanti le strisce che mi guarda, interrogativo. Io non sono sulle strisce, non sono nemmeno vicino. Sarò almeno a tre o quattro metri di distanza e non devo attraversare. Ma lui sta lì, fermo. Non si sa mai. Nel caso volessi passare lui si è già portato avanti col lavoro. Sorrido di questa candida, impagabile cortesia. È proprio un altro mondo. Altre teste, altri modi di ragionare. Gli faccio capire che non ho intenzione di attraversare la strada, che può andare, che comunque ho gradito lo stesso. Lui riparte piano e sparisce dietro la prima curva.

Se vuoi misurare il senso civico di una comunità è soprattutto per strada che devi andare. Sono le strisce pedonali rispettate, sono gli scivoli per le persone disabili tenuti sgombri, sono i parcheggi ordinati negli spazi appositi il termometro del grado di civiltà raggiunto da una città. E fin quando avventurarsi per strada vorrà dire rischiare di essere segato o, bene che vada, essere mandato affanculo dal primo tamarro che passa, vuol dire che il livello è drammaticamente basso.

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La farfalla e l’ape

Devo rassegnarmi all’idea. Sto diventando vecchio. È così, c’è poco da aggiungere. Quando tutti (o quasi) i punti di riferimento del tuo immaginario adolescenziale, le figurine del tuo Pantheon privato di eroi senza macchia e senza paura, i tuoi personali cavalieri di cappa e spada, quando tutti questi personaggi, dicevo, alzano bandiera bianca e abbandonano questa valle di lacrime allora qualche riflessione, per quanto amara, occorre pur farla. D’altro canto, non più tardi di qualche giorno fa ho incrociato una ragazzina che indossava una maglietta dalla scritta illuminante: «Se son tutte rose e fiori … è molto probabile che sia il tuo funerale!»

Se ne sono andati Pino Daniele, Laura Antonelli, Francesco Rosi, Pietro Ingrao, David Bowie, Umberto Eco, Prince, Keith Emerson, Ettore Scola, Johann Cruijff (ah, l’avvento del calcio totale degli orange … che rivoluzione!) solo per citare l’ultimo biennio. Un’ecatombe di artisti, politici, sportivi che hanno segnato un’epoca. La mia. E quando succede ti senti come chi sta perdendo i pezzi della propria identità. Ti pare di essere stato catapultato in un tempo dove non sei più di casa, dove si parla un altro linguaggio e nessuno ti riconosce. Una specie di sindrome del sopravvissuto che ti fa sentire fuori posto in qualunque posto.

All’alba di ieri qui da noi in Italia, ha gettato la spugna a Phoenix, in Arizona, Muhammad Alì, forse il miglior pugile che sia mai salito su un ring da che il pugilato è stato codificato. Sicuramente la più grande icona pop del secolo scorso. Uno che poteva contare su una popolarità più grande della regina Elisabetta II o del Papa, per dire. Uno che se girava per strada, ovunque andasse, faceva fermare il traffico.

Definire Alì solamente come un pugile è, tuttavia, un’operazione estremamente riduttiva. Semmai uno strenuo difensore della libertà e della autodeterminazione di ogni individuo. Famoso il suo rifiuto ad andare a combattere in Vietnam una guerra che non sentiva sua che gli costò il titolo mondiale e anni di ostracismo in America. «Io non ho niente contro i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro.» dichiarò alla tv.

Ma la sua essenza di uomo libero e anticonvenzionale l’aveva già palesata tempo prima quando, appena conseguito il titolo mondiale contro Sonny Liston, abbracciò l’Islam e cambiò nome da Cassius Clay, qual era stato fino ad allora. Perché, come ebbe a dichiarare in una affollatissima conferenza stampa, «Cassius è un nome da schiavo, non l’ho scelto io, non lo voglio. Io sono Muhammad Alì.»

Negli anni a venire divenne un simbolo per tutta la gente di colore che vedeva in lui il profeta che sapeva tenere alta la testa di fronte ai bianchi. Nel match epico di Kinshasa del 1974 contro un altro magnifico pugile di colore, il favorito detentore della corona dei pesi massimi George Foreman, ben più giovane e potente di lui, tutto il pubblico africano fece il tifo per il liberatore Alì contro il servo Foreman.

Per otto lunghissimi round incassò colpi tremendi, a guardia chiusa contro le corde, irridendo l’avversario con sfottò continui e l’altro a testa bassa, sempre più furente e sfiatato. Lo lasciò sfogare mentre quello schiumava rabbia e frustrazione. Poi, d’improvviso, partì con una combinazione diretta che scosse Foreman e lo lasciò come in un tempo sospeso. In quella frazione di secondo eterna il detentore capì di essere arrivato alla fine. Sinistro, destro, ancora sinistro e infine l’ultimo destro. Colpi velocissimi come saette. Foreman sobbalzò, incredulo, prima di crollare al tappeto come un sacco vuoto. Mentre cadeva i due si guardarono per un attimo e Alì avrebbe potuto colpire ancora ma si fermò. Non volle infierire come un Maramaldo qualsiasi. Non volle sporcare la bellezza sublime di quel knock-out che fu una liberazione. Non solo sua ma degli ultimi di ogni latitudine.

Danzava sul ring, Alì, come una farfalla e pungeva come un’ape, quand’era il momento. Ma i colpi comunque durissimi di Foreman e quelli di Frazier dell’anno dopo apriranno la porta al Parkinson. Il campione è ormai fragile e malato, lento nei riflessi e nelle parole. Così si mostra al mondo intero in occasione delle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Incerto e tremante mentre cerca di accendere il braciere dei Giochi. Ferito ma, comunque, non domo. Perché un campione, come amava dire, è tale solo se ha una visione, un sogno. E, alla fine, i suoi sogni diventano i sogni di tutti noi.

 

Alì manda al tappeto George Foreman ed entra nella storia dello sport mondiale (immagine liberamente tratta dal web):
Alì manda al tappeto George Foreman ed entra nella storia dello sport mondiale (immagine liberamente tratta dal web):

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Troisi è morto, viva Troisi!

Lo so, mi ripeto. Fatemene grazia, sparuti lettori che mi seguite sulle pagine di questo blog. Ho già scritto da qualche altra parte che per me e moltissimi altri ragazzi della mia generazione (almeno lo eravamo, ragazzi, quando lui fece il botto con La Smorfia a Non Stop, nel 1977) Troisi è stato un mito. E coi miti si sa, non si scherza. E niente è mai abbastanza.

Anche adesso che è scomparso da più di vent’anni mi capita di pensarlo spesso. Lo immagino che ancora ci osserva, noi e le nostre nevrosi moderne, con l’occhio attento e benevolo di chi sa cogliere nei piccoli gesti i vizi e i difetti della società contemporanea ma sa anche che egli stesso ne è permeato e cerca di conviverci meglio che può.

Un artista di straordinaria bravura e sensibilità, un uomo dal gran cuore. Malato purtroppo, come abbiamo scoperto noi tutti, drammaticamente, quel tragico mattino del 4 giugno 1994.

Ciao, Massimo.

T.V.B.

 

Riso amaro

 

Leggiadro, di fattezza segaligna,

irrompe sulla scena e tutto muta.

Non par, ilare scopa riccioluta,

sebben fragile cor genio v’alligna.

 

Fatale fu l’afflato del Postino.

Ad onta d’ironia partenopea

ei mervigliosamente colse idea

di unir Itàla dal Salso al Ticino.

 

Matur si fa cogli anni il disincanto

di chi, prescelto, già conosce duro

final di scena. Del lutto ammanto

 

le vesti di seguace, amico puro.

Nell’onorare te lodo col pianto

il riso amaro che miserirà il futuro.

 

L'indimenticabile Massimo/Gaetano ancora nel pieno della sua ricciolutaggine e alle prese con i soliti dilemmi esistenziali (immagine liberamente tratta dal web).
L’indimenticabile Massimo/Gaetano ancora nel pieno della sua ricciolutaggine alle prese con i soliti dilemmi esistenziali (immagine liberamente tratta dal web).

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S’ode a destra un dilly ding, a sinistra risponde un dilly dong.

Con il garbo che lo contraddistingue, del resto stiamo parlando del neo-incoronato Re d’Inghilterra mica cotiche, Ranieri ha poi spiegato al colto pubblico e all’inclita guarnigione che il “Dilly Ding Dilly Dong” se lo porta appresso dai tempi di Cagliari.

È il suono dei campanacci che i pastori sardi usano appendere al collo delle vacche e delle pecore al pascolo in modo che venga loro facile ritrovarle nel caso si allontanassero dal gregge.

Al vecchio Sant’Elia qualcuno tra i tifosi cominciò a scampanare durante una partita in cui vedeva i propri beniamini un po’ torpidi e in balia del maistu. Suonava la sveglia e a Ranieri la cosa piacque. Al punto che, quando riportò la squadra isolana in serie A, al termine della stagione 1989/90, regalò ai suoi giocatori un campanaccio portafortuna. Da allora è diventato il suo marchio di fabbrica, dice lui.

Fatto sta che fino alla magnifica cavalcata con le foxes e all’attenzione quasi morbosa che tre quarti del mondo occidentale gli ha riservato in questo finale di stagione clamoroso, nessuno gliel’aveva mai sentito pronunciare.

E poi, lasciatemi aggiungere che se il buon Claudio ritiene necessario, ogni tanto, suonare la sveglia a gente come Vardy, King, Drinkwater, Kanté, Okazaki, Simpson e compagnia cantante, una maniata di assatanati che giocano ogni partita come se non ci fosse un domani, cosa dovrebbero fare alcuni tecnici di casa nostra che allenano calciatori molto più attenti ai tatuaggi, alle creste e soprattutto ai conti in banca piuttosto che a correre e, non sia mai, sudare?

Campane a distesa, dunque, per festeggiare il Leicester che per non farsi mancare nulla, nell’ultimo turno in casa, ormai del tutto inutile se non per le statistiche, ha maltrattato l’Everton trafiggendolo per ben tre volte (doppietta di Vardy, che ha pure sbagliato un calcio di rigore) fino a che mister Marriner, l’arbitro della contesa, non ha posto fine alle ostilità e dato il via alle celebrazioni, condite da una emozionante esibizione di Andrea Bocelli e da un imprevisto gavettone di champagne a un serafico Ranieri che ormai galleggia a due metri da terra. Ma lui, per non perdersi, non ha bisogno di un campanaccio.

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Si scrive Leicester, si pronuncia Miracolo Sportivo

Minuto ottantadue a Stamford Bridge: il nuovo entrato tra i blues, il belga Hazard, con un tocco felpato a giro infila il pallone del pareggio alla sinistra (ma proprio all’incrocio che più incrocio non si può) del portiere degli spurs, tale Lloris, che non può far altro che raccogliere la sfera in fondo al sacco, come si diceva nelle cronache di una volta.

Chelsea – Tottenham finisce 2 a 2 sancendo la vittoria della Premier League alla più impronosticabile squadra del campionato inglese: il favoloso Leicester del nostro Claudio Ranieri, dato vincente alla vigilia per la modica quota di 5.000 a 1 (e chissà quei pochi matti che c’hanno scommesso qualche sterlina come se la stanno ridendo adesso).

Per capire fino in fondo il livello dell’impresa sportiva in questione, è come se in Italia il campionato di serie A l’avesse vinto non dico l’Inter o il Milan ma, per esempio, il Sassuolo di Missiroli (che pure un buon sesto posto lo sta portando a casa, e scusate se è poco). O come se il campionato di serie B lo avesse dominato, che so, il Crotone … ah, l’ha vinto per davvero ‘u Cutrone ?!?… e si vede che questo è l’anno dei miracoli sportivi (complimenti vivissimi anche ai cugini pitagorici, un pezzo di Calabria che si fa valere).

Il Leicester è la squadra di Kasper Schmeichel, figlio di Peter già colonna dei Red Devils e della nazionale danese che, oltre al nome da fantasmino, ha avuto in eredità dal padre soprattutto la capacità di parare anche le mosche che passano davanti la porta delle foxes e il biondo non si è fatto pregare. Tanti punti li ha guadagnati lui da solo, con le sue manone.

Poi c’è il capitano, Wes Morgan, un centrale difensivo di quelli che ti auguri di non trovarti mai di fronte. Di lui Capello ha detto in tv che “sembra di avere a che fare con un elefante” perché, per quanto tu possa essere grosso, Wes non lo sposti. Ha pure segnato di testa l’ultimo gol della squadra, il pareggio contro lo United (quando si dicono le coincidenze) all’Old Trafford, domenica scorsa.

A centrocampo giostrano due colonne che già sono nel mito: N’Golo Kanté, inesauribile furetto che compare ovunque nelle riprese televisive tanto che sembra che in campo ci debba essere almeno un altro fratello gemello e Danny Drinkwater, playmaker dalla faccia pulita come le sue geometrie, che se fosse nato in Italia si sarebbe chiamato Daniele Bevilacqua e sarebbe stato, probabilmente, un contabile frustrato. In Inghilterra, invece, adesso tutti lo vogliono in Nazionale.

Le magie sono riservate ad altri due giocatori che sembrano usciti da un racconto di Soriano: il genietto anarchico Riyhad Mahrez, algerino dal mancino maradonico e dallo sguardo triste e malinconico, e il centravanti Jamie Vardy che ancora quattro anni fa, lui che di anni ne ha ventinove, giocava nella Premier Conference (più o meno l’Eccellenza italiana), faceva il metalmeccanico in una fabbrica di Sheffield e non poteva giocare le partite in notturna perché consegnato ai domiciliari. Quest’anno, di giorno o di notte che fosse, di reti ne ha siglate (finora) ventidue, superando un’altra icona del calcio inglese come Gary Lineker, anch’egli cresciuto sportivamente a Leicester. Tutti gol bellissimi e, come Jamie, pieni di rabbia.

Ma l’autentico protagonista di questa storia, il vero mago che ha trasformato un manipolo di muli recalcitranti in una scuderia di magnifici purosangue è uno solo: mister Claudio Ranieri, il manager. Romano de Testaccio, a suo tempo terzino nel Catanzaro di Palanca (e un po’ il Leicester somiglia a quel Catanzaro), allenatore girovago dalla lunga esperienza e dal non indimenticabile palmarés. Per dirla tutta, non aveva ancora vinto un titolo veramente importante, di quelli che contano davvero. Lo fa nella maniera più dolce, con la squadra meno attrezzata, meno conosciuta, meno attesa della Premier. E, quindi, che più di ogni altra evidenza certifica che Ranieri ci ha messo del suo, tanto che a Leicester pensano bene di dedicargli una strada e, se vorrà, di consegnargli le chiavi del municipio.

Lunga vita a Claudio Ranieri che ha conquistato non solo uno scudetto ma soprattutto il rispetto, la stima, la simpatia e l’ammirazione di tutto un popolo, portandosi sempre appresso (ormai da quarant’anni) un altro pezzo di Calabria: la moglie Rosanna che lo segue ovunque vada. Cinquemila volte bravo, mister. Anzi, come direbbe lei: «Dilly Ding, Dilly Dong (qualunque cosa questo scioglilingua voglia dire). Yes, man. We are in Champions League, now!»

Chapeau!

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                                          Buon compleanno

Ebbene, sì.                                                                                                                            Cari amici lettori che mi seguite nel vasto orizzonte del web: il blog ha compiuto un anno.

Il tempo è volato senza che avessi il tempo di accorgermene. In questo periodo ho scritto tante cose, alcune riuscite altre meno. Tante altre cose vorrò scrivere.

Se avrete la pazienza e la voglia mi potrete leggere nelle prossime pubblicazioni e mi potrete mandare un commento, quale che sia.     Lo accetterò per come viene, nella sua immediata e sincera verità.

A questo proposito, qui voglio citare (fatemi grazia se un po’ m’inorgoglisco) la mia amica Valeria che leggendo una recensione mi ha scritto di essersi emozionata,  lei che coi suoi scritti di emozioni  ne sparge come il contadino sparge i semi nei campi. A iosa, con semplicità. Con un gesto quasi affettuoso.

Questa e poche altre sono state per me moneta sonante, medaglie da appuntarmi al petto e farmene vanto.                                                                Ora vi lascio, ho un blog da curare e, come già sapete, mi sentu chi non campu sempri.

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                                                     Il poeta ferroviere

Non posso affermare di conoscere bene Gianmaria Testa. So di lui quello che sanno tutti, dopo che in Francia si sono accorti di quanto fosse bravo con la musica e con le parole. Un grande artista. Eppure, da che ne ho sentito parlare,  l’ho sempre percepito amico, vicino, disponibile. Animato da una sensibilità e da una grazia che solo pochi eletti possono vantare. Lui era uno di quei pochi.

Figlio di contadini e ferroviere, come me. Poeta come può esserlo  chi sa adagiare, sulle note di una chitarra che si librano nell’aria, petali  di parole leggere come i sogni di un bambino, come bugie che catturano l’attenzione e costringono a seguirle fino a che non sono lontane, ormai indistinguibili, all’orizzonte.

Gianmaria era l’essenza del sentimento, un autore che colpiva per la semplicità quasi scarnificata dei suoi testi. Levigava ogni sua canzone, lavorando a togliere. Aborriva il troppo, il sovrappiù. Perché quello che conta è la cifra, la struttura e non già i nastrini e i fiocchetti. Un menestrello che metteva nelle sue opere tutto sé stesso.

Testa e cuore.

Gianmaria Testa (da un'immagine liberamente estratta dal web). - Vorrei dire "Ciao, fratello." o dargli il cinque; lui sorride ma il nero incombe. - n.d.r.
Gianmaria Testa                                                                     (immagine liberamente tratta dal web).                                                                                               Vorrei dire “Ciao, fratello.” o dargli il cinque; lui sorride ma il nero incombe, definitivo. n.d.r.

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Di seguito un racconto senza commenti se non che si tratta di un testo contro la violenza:

 

                                              La strage degli innocenti

 

Oggi c’è qualcosa di diverso, qualcosa che non va. Mi sono svegliato già con il magone addosso, più del solito. Ho passato tutta la notte accucciato fianco a fianco a mia madre, nel tepore della sua vicinanza, del suo afrore odoroso, in un dormiveglia doloroso e allucinato. L’alba è arrivata dopo una notte infinita, una notte di paure e cattivi presagi.

Sento che c’è qualcosa di strano. Qualcosa nell’aria, nonostante la tiepida giornata di primavera. Il sole che si alza riscalda la campagna ma io avverto come un brivido freddo al cuore. Mia madre si è svegliata presto, pure lei. Gironzola dentro il recinto senza agitazione. Ha un’aria tranquilla ma io lo so che lo fa per me, per non farmi preoccupare. Dentro di sé, in realtà, deve essere agitata da morire. Me ne accorgo da come muove i passi: sincopati, incerti, tronchi. Quasi dovesse saggiare ogni singola zolla di terreno dove posare gli zoccoli infangati.

No, c’è senz’altro qualcosa di strano. Anche tutte le altre madri sono già sveglie e fanno avanti e indietro con calma, dentro la palizzata. L’atmosfera non sembra per nulla inquieta. Forse è solo la mia paranoia che mi fa vedere il peggio anche quando non c’è niente di cui preoccuparsi. Ma, dopo tanti giorni di prigionia dentro la baracca o nel recinto, siamo tutti sul chi vive. Tutti temiamo il peggio. Abbiamo sentito raccontare tante storie tremende e ora vediamo pericoli ovunque.

                                                                           *****

Il guardiano è arrivato presto come tutte le mattine e, come tutte le mattine, si è arrabbiato perché non vuole che ci disperdiamo. Anche se possiamo spostarci dalla baracca alla staccionata perché la porta è aperta e, quindi, possiamo uscire fuori a respirare un po’ di aria fresca non ci dobbiamo allontanare gli uni dagli altri. Ogni volta che entra nel recinto, con quelle scarse razioni di cibo che ci spettano quotidianamente, non manca mai di prendere a calci il primo o la prima che gli passano vicino, sacramentando ogni genere di bestemmia. Da quella bocca oscena fuoriesce di tutto, anche le cose più terribili che nessuno di noi aveva mai sentito prima.

Ma stamattina no. Oggi è stranamente tranquillo e rilassato e fa le cose con molta calma. Si vede che ha più tempo del solito per fare il suo giro.

                                                                           *****

Il guardiano non è da solo. Non me n’ero accorto, questa volta sono in due. Quell’altro non l’avevo mai visto prima in tutte queste settimane che siamo stati confinati in questa lurida baracca. Come mai questa novità? Che succede? Cerco con lo sguardo mia madre e anche lei adesso sembra turbata e non riesce a nasconderlo. D’un tratto entrano tutt’e due nella recinzione e succede il finimondo.

Tutti gridano ma loro non se ne danno per inteso. Con poche spinte brutali indirizzano tutte le madri verso la baracca. Alcune non ne vogliono sapere di rientrare, hanno capito che ci vogliono separare. Ma quelli assestano calci e pugni e schiaffi che fanno davvero male. Le poverine non possono far altro che infilarsi dentro il camerone dove passiamo le notti, ammassate le une a fianco delle altre, sopraffatte dalla disperazione.

Fuori imperversano le urla e le imprecazioni dei guardiani e i pianti disperati delle piccole vittime separate dalle madri e in preda al panico più totale. Sembra un girone dell’inferno. Come si può precipitare in un simile abbrutimento? Come può l’uomo concepire tanta violenza? Come può essere possibile perpetrare una strage nel silenzio più assoluto delle coscienze? Ma tant’è.

Sprangata la porta della baracca che le madri cercano inutilmente di sfondare, adesso si dedicano a noi. Hanno aperto il cancello del recinto e ci spingono in quella direzione, in fila indiana. Fuori dal cancello c’è un breve passaggio e poi una pedana ripida. Saliamo di corsa su un camion, spinti dai guardiani armati di bastoni che ci pungolano da sotto. Il pianale del camion è tutto coperto di paglia cosicché ci si possa sdraiare. Ma saremo una sessantina e ci stiamo a fatica. Mi metto in un angolo con la testa appena fuori dal bordo metallico del camion, ad aspirare qualche boccata di aria fresca. Penso a mia madre e alla sua disperazione quando ci ha sentiti andare via. Non ho più nemmeno la forza di piangere.

                                                                           *****

Il viaggio è stato lunghissimo. Ore e ore senza mai fermarsi, senza mai mangiare né bere. Ora capisco perché è stata messa la paglia. Così quando qualcuno ha dovuto soddisfare i propri bisogni corporali li ha fatti là, sul posto, in mezzo alle stoppie. Dopo quasi un giorno di questa via crucis siamo tutti sporchi come maiali e puzziamo da vomitare. Io sto male, sto morendo di sete. Ma non importa a nessuno.

                                                                           *****

Ci siamo fermati da qualche minuto e a terra si sente un gran trambusto. Uomini che vanno e vengono di corsa. Urla, bestemmie, risate. A un certo punto il camion attraversa un cancello sormontato da una scritta che non riesco a decifrare e poi si ferma nel mezzo di uno spiazzo. Subito gli uomini a terra sistemano la pedana e con delle inferriate allestiscono uno stretto passaggio che porta a una specie di stalla. Una voce tonante, evidentemente il capo, ordina: «Aprite la sponda del camion e fate scendere subito tutti gli agnelli. E contateli che domani mattina li debbo portare a macellare.»

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Favazzina con sullo sfondo Scilla e Cariddi. (Per gentile concessione di Franco Scaramozzino)

Favazzina con sullo sfondo Scilla e Cariddi.

(Per gentile concessione di Franco Scaramozzino)

 

Distesa sta nell’onda Favazzina

Distesa sta nell’onda Favazzina,

amen ristoro delle stanche membra.

Pioggia di sole in piazza la mattina,

le voci, il mar, tutto d’incanto sembra.

 

Oltre final tornante eccola, appare!

Le bianche spiagge, moli come artigli

che graffian non lasciandoti più andare.

Mite, amorevol madre co’ suoi figli.

 

D’estate, a sera, feste nei locali

mandano al cielo musiche assordanti

ma già finisce, in un battito d’ali,

 

breve stagione allegra de’ bagnanti.

Giunge settembre, spazza i baccanali,

si torna a conversar solo co’ santi.

 

 

 

I libri degli altri

La medaglia del rovescio

“Tutti i grandi sono stati bambini, una volta.” dal blog dell’autrice.

 

C’è una terra capovolta, un sud suddissimo dove, in una città odorosa di acqua e sale si agita una donna curiosa, passionale, imperfetta, stupita, alla perenne ricerca del filo conduttore della sua esistenza. Nel suo mutevole universo contenuto in appena 90 mq, questa moderna e acuta esploratrice dei sentimenti osserva la vita che si manifesta nelle sembianze di uno Sposo Errante e di due adolescenti, il decenne e la quattordicenne, e ci offre le sue riflessioni ora commosse, ora divertite. Tizianeda, la donna si chiama così, ci consegna la sua visione del presente dove le tracce del passato risaltano nella bellezza dei ricordi che affiorano rarefatti qui e là, diffondendo tra le pagine un ineludibile bisogno di amare e di essere amati. L’unica cosa che conti davvero nella vita di ciascuno.

“La medaglia del rovescio” è un libro leggero, soave, che quando lo leggi ti senti come dopo aver bevuto un bicchiere di acqua fresca in una afosa giornata d’agosto. O come riconciliato con l’essenza più intima dell’animo, dove si nascondono le innumerevoli contraddizioni che ci lacerano. Dove riponiamo i nostri afflati più segreti, spesso frustrati dalla grigia, anodina quotidianità alla quale siamo rassegnati. Ho finito di leggerlo pressato da una piacevole urgenza, affascinato dalla scrittura originalissima e particolarmente coinvolgente dell’autrice e mi è capitata una cosa strana, mai successa prima: ho ripreso daccapo, come se nulla fosse.

Le storie, i racconti, gli aneddoti che Tizianeda sciorina, mettendosi a nudo in un irrefrenabile bisogno essenziale di trasparenza e fiducia reciproca, testimoniano una lampante verità: non ci sono risposte alle infinite domande che ci poniamo quotidianamente, per quanto ci si ostini a volerne cercare di definitive. Allora il senso non può che essere quello che ciascuno deve costruirsi il proprio percorso, seguendo esclusivamente le proprie inclinazioni, ascoltando i battiti più intimi del proprio cuore. Solamente così potremo attraversare il nostro tempo senza correre il rischio di arrivare alla fine rendendoci conto di aver sprecato questo grande dono che è la vita.

È un bel libro, questo di Tiziana Calabrò, giovane avvocata reggina che, a un certo punto, ha deciso di salire sul filo del funambolo, come ama dire lei, per raccontarci il suo modo di intendere l’immanente. Un libro scritto da una brava scrittrice calabrese per Falzea, prestigiosa casa editrice calabrese, per un pubblico di lettori calabresi e non solo. Mi fa piacere, come ho già avuto modo di scrivere altrove, di poter contribuire all’affermazione di un’autrice che diffonde nel mondo una visione altra di una terra disgraziata com’è la nostra, che abbisogna delle migliori energie di tutti i suoi figli per liberarsi dalle tante catene che la imprigionano, condannandola a un destino di arretratezza e degrado.

"La medaglia del rovescio" - Falzea Editore, giugno 2016
“La medaglia del rovescio” – Falzea Editore, giugno 2016

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Il coraggio della verità

“… quel cadavere parla. E tutti lo dobbiamo ascoltare.” dalla IV di copertina.

La sera del 15 ottobre 2009 il trentenne romano Stefano Cucchi viene fermato e condotto in caserma. I carabinieri che lo perquisiscono trovano addosso al giovane circa ventuno grammi di hashish e tre dosi di cocaina. Il giorno dopo in aula, giudicato per direttissima, comincia a manifestare i primi sintomi di un evidente malessere. Zoppica, parla a fatica e presenta degli aloni rossi sugli zigomi. Muore sei giorni dopo in un lettino del reparto di medicina protetta dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma. Al momento del decesso pesa solamente trentasette chili.

Carlo Bonini, inviato del quotidiano La Repubblica, dopo aver seguito per circa sei anni una quantità incredibile di udienze, letto una montagna di carte, visto un’infinità di fotografie e filmati relativi ai quattro processi che si sono susseguiti dal 2010 a oggi, esce con questo libro–inchiesta dal titolo “Il corpo del reato” edito da Feltrinelli nella collana Serie Bianca, già da novembre in libreria. L’autore confeziona un racconto potente, duro, corrosivo. Un autentico pugno nello stomaco. Non tanto nello stile, anzi Bonini si sforza di non cedere mai alla tentazione del sensazionalismo e della retorica, quanto piuttosto nella sostanza.

Già in premessa egli sottolinea che la ricostruzione si basa sulla conoscenza giornalistica dei fatti, sulla lettura degli atti processuali, degli accertamenti medico-legali, dei rapporti di polizia, delle sentenze di quattro diverse corti giudicanti. È evidente la volontà di non deviare da un percorso di asciutta ed essenziale rappresentazione di un evento che nella sua drammatica banalità impone a tutti di non essere banali, di non allontanarsi dalle circostanze processuali provate e inoppugnabili. Per il rispetto che si deve a un ragazzo morto inspiegabilmente e, anche o soprattutto, per la cautela che deve caratterizzare le mosse di chi sfida il potere. Perché qui si rappresenta, ancora una volta, la lotta tra Davide e Golia. Lo Stato, a cui è affidato il povero Stefano, lo riconsegna morto ai suoi genitori dopo un’agonia durata sei giorni, senza uno straccio di spiegazione plausibile.

Se lo Stato non riesce a tutelare i diritti di tutti i cittadini, anche gli ultimi, se non ha la forza e il coraggio di fare i conti con la verità, allora non può definirsi civile. Non sposta nulla la circostanza che Stefano Cucchi sia un tossico, un ramo storto. Il fatto è che il ramo si spezza. E muore. In un’apparente indifferenza. È la disperata ostinazione della sorella, la tenera ma tenace Ilaria, che impedisce che la vicenda sia dimenticata dall’opinione pubblica e trovi, invece, l’approdo necessario della verità. Il libro si apre e si chiude con un ardito e particolarmente triste parallelismo con il caso di Giulio Regeni, per sottendere un inquietante interrogativo: come possiamo avere, noi italiani, la forza e la credibilità necessarie per pretendere dal governo egiziano la piena verità sul caso del ricercatore triestino assassinato in Egitto quando non riusciamo, da ormai sette anni, a stabilire chi o che cosa ha determinato la morte di un giovane apparentemente sano durante la sua permanenza nelle strutture del sistema giudiziario del nostro paese?

Un libro da leggere e da non dimenticare.

"Il corpo del reato" - Feltrinelli nov. 2016
“Il corpo del reato” – Feltrinelli nov. 2016

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La consonanza artistica

All’uscita dal cinema lo sputa-sentenze della compagnia aveva decretato: «Non c’è niente da fare. Ripetersi è veramente difficile. La storia è piena di meteore, fenomeni che spariscono così come sono apparsi.» Dopo un’attesa durata più di due anni, il film “Scusate il ritardo” aveva un po’ deluso le aspettative dei numerosi fan. Mi doleva ammetterlo. Per chi si era deliziato con le esilaranti vicende del non-emigrante Gaetano in “Ricomincio da tre”, Massimo Troisi era più che un grande attore. Era un mito, un’icona. Di più, vorrei dire. Una forza della natura, un punto di riferimento ideale, un fratello maggiore di celluloide. Io ero tra questi e non tolleravo che il suo talento fosse messo in discussione da un cretino qualsiasi.

Valeria Siclari si ripropone al suo pubblico con questo pesante fardello sulle spalle: riuscire a ripetere la convincente prova fornita con “Stelle binarie”, romanzo d’esordio meritatamente pluri-premiato e celebrato dalla critica letteraria nazionale. Non nascondo la trepidazione di lettore interessato nello scorrere le pagine di questa sua ultima fatica, “La convergenza artica”, che peraltro ha già incassato il riconoscimento del “Cingari 2015”, il premio letterario organizzato annualmente dalla Leonida Edizioni.

Lo dico subito: Valeria non conferma quanto di buono aveva fatto intravedere al debutto. Va ben oltre, al di là di ogni pronostico. Incornicia una dimostrazione di maturità che azzittirebbe anche l’incallito sputa-sentenze di prima. “La convergenza artica” rappresenta la consacrazione di una scrittrice ormai compiuta, caratterizzata da una grande sensibilità e, insieme, da una leggerezza d’animo che le consentono di trattare ogni argomento con una credibilità che colleghi ben più famosi le carpirebbero volentieri.

Il romanzo si sviluppa in ambiti che sono, questa volta, più vicini al vissuto della scrittrice reggina. Viola, appassionata filologa, è così assorbita dal suo lavoro e dal desiderio di riuscire a svelare il senso di un antico e misteriosissimo manoscritto ancora non decifrato, il Voynich, sotto la guida di Olivia, la sua amica e mentore, da non accorgersi che la sua vita sta andando in frantumi e che sono solamente la sua cieca ostinazione e l’incapacità a vedere la realtà a tenere insieme i cocci di una esistenza alla deriva.

L’intreccio è ben costruito e fa apprezzare il perfetto meccanismo che lo regola. Valeria scandisce i tempi letterari con una padronanza da navigata sceneggiatrice. Sembra di assistere all’effetto di una esplosione, però vista al contrario. I frammenti sono come risucchiati fra di loro e ricomposti a formare il disegno originario. Quando, al termine del suo viaggio interiore, Viola riscoprirà finalmente sé stessa, il suo valore di persona, la gioia e il senso di una vita che è sempre necessario accettare come un dono, si rimane contrariati esclusivamente per il fatto che il libro sia già finito.

P.S.: il tempo, da quel galantuomo che è, ha poi acclarato che Troisi non fu nemmeno lontanamente una meteora o solamente un comico di successo. Semmai, uno dei più grandi artisti e intellettuali italiani del ventesimo secolo, degno erede di Eduardo e Totò come di Buster Keaton, Charlie Chaplin e Woody Allen. Anche “Scusate il ritardo” è stato ampiamente rivalutato dalla critica. Ho goduto intimamente nel trovare, nel romanzo, un riferimento al tenero Mario de “Il postino” di Michael Radford, ultima e sublime interpretazione di Massimo. Praticamente, il testamento spirituale dell’artista di San Giorgio a Cremano che sarebbe morto appena due giorni dopo averne terminate le riprese. Una consonanza che mi gratifica nel profondo.

"La convergenza artica" - Premio Cingari 2015
“La convergenza artica” – Premio Cingari 2015

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Lo scrittore e il bravo ragazzo

Conosco Nino, il suocero, fin dai tempi di un lontano esordio a Ciccarello nei N.A.G.C. del San Sperato. Era il 1974, tanto per dare un’idea di quanto si vada indietro nel tempo. Io centrocampista elegante, discontinuo, dal buon tiro, capace di irresistibili sgroppate ma spesso avulso dallo sviluppo del gioco. Lui centravanti atipico, compatto e veloce, abile nel gioco aereo nonostante non sia un granatiere, inguaribile dribblomane, del tutto privo di una conclusione a rete degna di questo nome. Insieme abbiamo vissuto sfide epiche sugli spelacchiati campi di calcio di mezza provincia.

Quando ci siamo rivisti a Favazzina, quest’estate, c’era anche Francesca, la deliziosa consorte. «Anche tu scrivi? Allora sicuramente conosci mio genero!» mi avevano apostrofato all’unisono. «Tuo genero chi?» avevo ribattuto, quasi meravigliato della cosa. Ogni volta dimentico che non solo hanno una figlia già sposata ma che, addirittura, ha pensato bene di arricchire la casata con due splendidi pargoli, Thomas e Riccardo.

«Demetrio Verbaro, lo scrittore.» la precisazione di Nino era stata giustamente orgogliosa.

Non conoscevo Demetrio sotto il profilo letterario così promisi di leggere i suoi testi, ma fino a un paio di settimane fa me n’era mancata l’occasione. Ci ha pensato lui, Demetrio intendo, a facilitare le cose invitandomi alla presentazione del suo terzo romanzo dal titolo “La farfalla con le ali di cristallo” avvenuta domenica scorsa al Miramare che, praticamente, ha riaperto i battenti per l’evento.

Dato che mi trovavo ho preso anche “Il carico della formica”, fortunato romanzo d’esordio del nostro che già mi aveva intrigato per l’ambientazione e per quel poco che avevo carpito della trama. Naturalmente ho cominciato con questo libro, poi ho letto l’altro.

Ho così potuto conoscere un autore pervaso di sentimenti sinceri, che tratta temi importanti come l’amore, la solidarietà, la cura degli altri, avendo sempre a cuore i più deboli. Mi è parso pure di ritrovare delle citazioni cinematografiche nelle sue opere. Per esempio, ne “Il carico della formica” si avverte l’atmosfera intensa e ingannevole di “Shutter Island” dove un magnifico Leonardo Di Caprio trascina lo spettatore in un vortice di colpi di scena, scoperte e false verità fino al devastante epilogo.

Viceversa, nel romanzo fantastico “La farfalla con le ali di cristallo” è molto stretto il legame che corre tra l’ambientazione che i prescelti della missione che dovrà salvare il mondo sperimentano e un altro cult della cinematografia statunitense come “The Truman Show”, nel quale il confine tra realtà e finzione si annacqua fino a far diventare tutto un’indistinguibile melassa dal sapore vagamente acidulo.

Demetrio padroneggia una scrittura ricca, immaginifica e, oserei dire, colorata con un’attenzione meticolosa, talvolta didascalica, al particolare che consente al lettore di entrare con facilità nelle scene descritte con tanta cura. Ma la cifra che mi pare più evidente in lui è senz’altro, secondo me, l’animo puro con il quale egli filtra i temi che affronta nei suoi testi. Riprendendo il parallelismo da cinefili, se dovessi paragonarlo a qualcuno direi che Demetrio assomiglia al regista italo-americano Frank Capra che caratterizzava le sue pellicole per l’ottimismo e i buoni sentimenti.

Ecco, la speranza che non muore mai è il messaggio che Demetrio Verbaro nasconde tra le righe delle sue fatiche letterarie e che lascia un retrogusto dolce al termine della lettura.

"Il carico della formica", romanzo d'esordio di Demetrio
“Il carico della formica”, romanzo d’esordio di Demetrio
"La farfalla con le ali di cristallo", ultima sua fatica letteraria
“La farfalla con le ali di cristallo”, ultima sua fatica letteraria

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È nata una stella (binaria, ça va sans dire) 

Valeria è seduta in fondo alla piccola sala, ormai gremita. È minuta, esile, nella sua tenuta sobria ed elegante. “Ma è una ragazzina!” mi sorprendo a immaginare, prima di riflettere che è un’insegnante di lettere nonché una rispettabile filologa. So anche quando è nata, dalla quarta di copertina. È solo che dimostra dieci anni di meno della sua età. Ed emana una luce. Un’aura. Il suo viso sembra una di quelle stelle di cui parla il suo romanzo. Illumina i presenti come un faro.

Il primo incontro è stato del tutto casuale, ieri. Ho quasi inciampato nel totem esposto fuori dalla libreria: “Stelle binarie”, il romanzo d’esordio della scrittrice reggina Valeria Siclari, vincitrice dell’edizione regionale del premio La Giara – RAI e del premio letterario Città di Ciampino. Sono entrato e ne ho acquistata una copia. Oggi l’ho divorata in un paio d’ore. Poi ho letto che sarebbe stata alla libreria Nuova Ave alle 18:00 per la presentazione del volume ed eccomi.

Il testo parla di grandi temi: l’amore, la sofferenza, la sconfitta, la donazione di organi ma sempre con un retrogusto di speranza non vinta che ne fanno una sorta di manifesto di vita. Tutto poi è filtrato dal legame forte ed essenziale con la terra, con le tradizioni e i riti della Calabria più profonda e vera che non è solo arretratezza e cultura mafiosa. Mi specchio volentieri nei riferimenti al mare, allo scirocco, ai filari di agavi e fichi d’india, agli alberi di ulivo, ai paesini abbarbicati alle montagne, alla capacità dei calabresi di accogliere l’altro.

La scrittura è asciutta ma mai troppo diretta, dura o banale. Anzi, vi sono pagine di bellezza pura, di ricerca estetica della terminologia che si presenta come melodia di suoni. Questa è stata la mia prima riflessione: è, a mia memoria, il primo libro polifonico scritto, sia perché Valeria ha adottato una tecnica narrativa a più voci con i personaggi che si alternano nello sviluppo dei capitoli ma anche perché dalle pagine sembrano levarsi gli accordi di una orchestra che lei dirige con mano sapiente.

Glielo dico mentre verga sulla mia copia una dedica insieme sincera e sorpresa per la stima conquistata così velocemente. Sulla foto di circostanza le auguro le migliori fortune. Il suo secondo romanzo “La convergenza artica” è in uscita dopo aver conquistato il “Cingari – 2015”.

Non c’è alcun dubbio: sentiremo ancora parlare di Valeria Siclari.

Con Valeria Siclari alla presentazione del suo romanzo d'esordio "Stelle binarie" (per gentile concessione dell'autrice).
Con Valeria Siclari alla presentazione del suo romanzo d’esordio “Stelle binarie” (per gentile concessione dell’autrice).

 

Mirricordu

La violenza contro le donne non accenna a finire, anzi si alimenta ogni giorno che passa di nuova linfa. Episodi raccapriccianti vengono alla ribalta con preoccupante frequenza. L’uomo-padrone-mostro che annienta tutto ciò che non si piega ai suoi malsani voleri. Pazienza se spesso è la donna che gli è stata a lungo accanto.                                Il racconto che segue parla di questa strage domestica:

 

                                              Voi non potete capire

 

(Un giorno qualsiasi, in un posto qualsiasi)

La notizia, al telegiornale della sera, era scivolata via in un soffio:

«Giovane donna di età presumibile tra i venti e i trent’anni è stata ritrovata cadavere questa mattina, al decimo chilometro della circonvallazione. Sul tronco e sugli arti sono visibili i segni di decine profonde ferite da taglio. L’identificazione della vittima e le indagini sulle modalità del delitto si presentano difficili per la circostanza che il corpo è stato bruciato con della benzina. I resti sono quasi completamente carbonizzati. Si segue la pista del regolamento di conti maturato nel mondo della prostituzione.»

Neanche un minuto per catalogare una persona, censurare uno stile di vita, salutare senza tanti complimenti un nostro simile. Una seccatura qualunque capitata per caso in video tra la beneaugurante ripresa del mercato automobilistico e il sospirato cambio di allenatore della locale squadra di calcio.

(Poco tempo prima)

Non so come sono arrivata in ospedale. Non me lo ricordo. Ho tanto buio nella testa. Il colpo non l’ho visto arrivare. Mi ero girata per chiudermi in bagno. Quando Zach è arrabbiato è meglio stargli lontano. Ma ho fatto un solo passo e improvvisamente si è spenta la luce. E ora mi trovo al pronto soccorso. Ho un gran mal di testa. Ho i crampi allo stomaco. E non vedo che bagliori dall’occhio sinistro. Fuori piove. Sento freddo dentro.

Il dottore mi fa stendere sul lettino e mi visita con attenzione.

«Come ti chiami?» chiede mentre mi sutura il taglio al sopracciglio.

«Mi chiamo Maria. Maria Euras» rispondo in un fiato.

«E da dove vieni, Maria?» fa lui, incuriosito.

«Sono pangica. Vengo da un paesino del nord vicino Batlas. Siamo in Italia da più di un anno, io e mio marito.» mi fa piacere raccontargli la mia storia. È tanto tempo che non parlo con nessuno.

«Tuo marito? Ma quanti anni hai?» ribatte incredulo. Anche lui sembra essere contento di parlare con me.

«Quasi diciannove.» rispondo fiera. Non avrà pensato per caso di avere a che fare con una ragazzina?

Tanto lui non può capire. Da noi non è come in Italia. La vita al mio villaggio comincia presto. Anche perché finisce pure presto. Ci si sposa a sedici anni. A venti hai già due o tre figli. E a quaranta sei già vecchia. Non vali più niente.

«Come ti sei procurata questa ferita?» mi interroga, di nuovo professionale.

«Sono caduta.» faccio di rimando, in automatico.

«Senti, non credo che sia possibile causarsi quel taglio e quell’ematoma con una caduta. Ti ha picchiata tuo marito? Me lo puoi dire, stai tranquilla.» indaga suadente.

Ma lui non può capire.

Da noi è così. Quando un uomo ama una donna, capita che ogni tanto la prenda a botte. Ma perché ci tiene a lei. Per amore. Io lo so che è così. Anche se Zach non è venuto con me in ospedale per non passare dei guai adesso lo so che è a casa preoccupato per come sto.

Ogni volta, dopo che mi picchia, piange e mi chiede perdono. Mi bacia e mi promette che non capiterà più. Ma a me, in fondo, non importa. Io sto bene con lui. Siamo sposati da più di tre anni, ormai.

Ero rimasta incinta. Ma lui non ha voluto che lo tenessi, il bambino. Era troppo presto, ha detto. Quella volta sono stata molto male. Ho perso tanto sangue. Non ho più avuto il ciclo per quasi un anno. Ma l’abbiamo superata, insieme.

Poi mio padre si è rovinato. I soldi non valevano più niente. Per pagare la sua parte del matrimonio ha dovuto vendere le capre e non ha più potuto produrre il formaggio. La mia famiglia aveva tirato avanti fino ad allora con il formaggio di latte di capra. Allora io e Zach abbiamo deciso di trasferirci in Italia a lavorare. Ma non è facile per niente.

Io faccio le pulizie. O la badante. Quello che capita. Zach non parla l’italiano e non riesce a trovare un lavoro. Perciò beve. E quando è ubriaco è meglio stargli lontano. L’ultima volta che aveva bevuto sono finita giù dalle scale. Ma è stato un incidente. Non l’ha fatto apposta.

Per farsi perdonare mi ha dato cinquanta euro per me e cinquanta da mandare a casa a mia mamma. Quando le sono arrivati, lei mi ha telefonato piangendo. Le ho suggerito di comprarsi qualcosa, con quei soldi. Non la finiva più di ringraziarmi. Mi ha risposto che si sarebbe comprata un vestito e un paio di scarpe. Le ho detto che ora vanno di moda quelle col tacco alto.

«Posso farle qualche domanda, signora Euras?» il poliziotto si è materializzato dal nulla. Non mi ero accorta che fosse entrato nella medicheria. Il dottore evidentemente non si è convinto.

Ma lui non può capire. Da noi è così.

Faccio cenno di sì con la testa.

«Dove abita, signora Euras?»

Glielo dico, non c’è nulla di male.

«E come si chiama suo marito?»

Mio marito? E perché me lo chiede?

Anche lui non capisce.

«Zach Adjehr…» rispondo rassegnata «… ma voi non potete capire. Lui mi vuole bene.»

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In occasione dell’otto marzo, come modesto omaggio a tutte le donne, pubblico il racconto breve “La ragazza del semaforo”, icona di un mondo altro da noi del quale non sempre ci accorgiamo, presi come siamo da noi stessi e dai nostri banali problemi quotidiani:

                                                La ragazza del semaforo

Non so voi, ma io mi sento particolarmente coinvolto emotivamente da quelle povere persone che colonizzano i semafori di ogni città italiana da almeno dieci anni a questa parte.

Non riesco a non provare solidarietà verso quelle misere, desolate, esistenze marginali.

Si, lo so.

È proprio sui sensi di colpa di noi fessi occidentali ricchi e sviluppati che costoro fanno leva quando ti si avvicinano nella pausa del rosso e ti chiedono un aiuto, qualche spiccio per mangiare, insomma l’elemosina.

Ma è più forte di me.

Loro lo sanno. Se ne accorgono. Lo sentono.

E mi rincorrono per chiedermi qualche soldo.

Io ormai cerco di non farmi trovare impreparato, non mi va di deluderli, e tengo sempre una scorta di monetine nel cassettino da dividere quotidianamente tra tutti i disperati che incontro ai vari incroci che frequento, andando e tornando dal lavoro.

In questa varia umanità c’è, in particolare, una ragazzina che abita un semaforo vicino casa mia che mi intenerisce sempre di più ogni mattina che la sfioro.

Questo inverno è stato particolarmente lungo e freddo e la mattina l’aria è stata, perlopiù, diaccia e tagliente.

Lei, per tutta la cattiva stagione, ha indossato delle improbabili ciabattine nere sopra dei calzini rossi corti, un gonnone lungo di cotone beige scuro, maglione verde militare e giubbotto sportivo marrone, vecchio di qualche lustro.

Quando abbasso il finestrino per allungarle i soldi che ho serbato, lei mi porge un bicchiere di carta che tiene con una mano insicura e violacea, praticamente congelata.

Dopo aver dato un’occhiata dolente nel bicchiere, mi ringrazia con un sorriso appena accennato e passa oltre, incontro al prossimo fesso.

L’altro giorno era, come al solito, al posto di lavoro.

La guardo da lontano per qualche istante.

La fila al semaforo é particolarmente lunga. C’é la partita e, come ogni volta, il traffico é in tilt.

Ma lei, nonostante la grande massa di potenziali polli da spennare, non si muove.

Sta accucciata al bordo del marciapiede, vicino la siepe, con un panino in mano che divora avidamente.

Mangia senza distogliere lo sguardo dal cibo, come astratta dal contesto urbano che la contiene.

Non si é accorta neanche dei due piccioni, probabilmente una coppia malmessa la propria parte – forse extracomunitari, del resto chi sa come vanno le cose nel loro mondo? – che le si sono accostati da presso e la guardano, esitanti e supplici.

Finalmente lei si avvede della loro presenza.

Li allontana con un gesto ma quelli, ostinati, tornano.

Allora la fanciulla, dopo averli osservati con un po’ più di attenzione, stacca dei piccoli pezzettini di pane dalla sua colazione e li lancia ai due occasionali amici che mostrano di gradire moltissimo.

La coppia di volatili divora in un battibaleno le molliche offerte e subito si fa di nuovo avanti per ottenerne ancora.

La ragazzina, questa volta, stacca dei pezzetti più grossi e glieli lancia e i piccioni la ringraziano con un gran frullare d’ali e con un ilare banchetto.

La osservo. Il viso rilassato, lo sguardo sereno.

Nonostante la fame debba farsi sentire nella carne viva della giovane, non ha saputo resistere al desiderio di trovarsi, per una volta, dall’altra parte.

Di essere lei quella alla quale l’elemosina viene chiesta e che, graziosamente, concede uno spicchio del suo benessere a dei poveretti che ti guardano, rimproverandoti perché tu hai tutto mentre loro non hanno niente.

Finisce il panino, si alza e si avvicina.

Abbasso il finestrino, raduno svelto le monetine e le lascio cadere nel bicchiere che mi porge e mentre si allontana le mando un muto bacio di ringraziamento a nome dei piccioni e di tutto il ricco, obeso e strafottente mondo occidentale.

                                                     ^^^^^

Fra poche ore si celebrerà, come ogni anno, il Giorno della Memoria. Se c’è una ricorrenza che non dovremmo mai dimenticare di onorare con un pensiero, una preghiera, con l’impegno di ciascuna persona di buona volontà a mantenere vivo l’orrore per ciò che è stato affinché non sia più possibile che niente del genere si ripeta, ebbene è proprio questa. Il racconto che segue, selezionato in un concorso letterario indetto un paio di anni fa in questa occasione, è il mio modesto contributo alla commemorazione:

 

Austerity e Shoah

La faccia dell’omino che arringava timidamente la nazione infagottato nel vestito impiegatizio era schiacciata dalla prospettiva del bianco e nero d’antan. Una certa fissità dello sguardo e il linguaggio ermetico contribuivano a rendere la recita mediatica particolarmente stucchevole. Ora di cena, silenzio quasi religioso. Appuntamento canonico con la massima espressione di autorità costituita conosciuta a quel tempo: il telegiornale.

Per mio padre questo era l’unico momento di contatto con il mondo che stava oltre l’orizzonte della nostra faticosa vita marginale di sottoproletari. Riflettendoci adesso, penso che ogni minima interruzione causata dalle mie intemperanze adolescenziali dovesse irritarlo parecchio e mio padre quando gli giravano era brutto, ma brutto assai. Io però ero animato da una sana incoscienza giovanile   o amavo il pericolo  –  non ho mai avuto il tempo e la voglia di approfondire la cosa –  e quindi ero spesso portato a rischiare grosso.

“Papà, che cos’è un ministro?” un grugnito per tutta risposta. I miei dodici anni mi garantivano, almeno per il momento, una certa tolleranza.

“Che vuol dire choc petrolifero?” il sopracciglio destro repentinamente contratto in un arco innaturale significava che la franchigia andava paurosamente assottigliandosi.

“Ma perché fanno la guerra dello Yom Kippur?” ora un tic nervoso aveva fatto la sua comparsa all’occhio sinistro.

“E che significa austerity?” avrei voluto concludere, quasi per esorcizzare quell’incomprensibile profluvio di espressioni sconnesse che il tubo catodico ci rovesciava addosso senza freni, ma non feci in tempo. Per mio padre la misura era colma.

Con la mano, che il mestiere di muratore aveva trasformato in micidiale maglio, minacciò semplicemente una timpulata ai miei danni. Tanto bastò a suggerirmi all’istante un balzo in camera da letto a mettere in salvo la faccia per l’interrogazione di storia dell’indomani. Il fatto era che quand’anche avesse avuto una natura più incline al dialogo mai avrebbe saputo dirmi cosa catinazzo fosse lo Yom Kippur né per quale motivo Egitto e Siria stessero battagliando con gli israeliani. Così, sebbene nessuno di noi in famiglia conoscesse l’inglese, l’austerity era entrata prepotentemente a far parte della nostra vita. Era il 2 dicembre 1973.

Diciamolo subito: per noi fu una vera pacchia. Una indimenticabile vacanza senza l’assillo della partenza. Il blocco totale del traffico automobilistico privato di domenica – sì, perché qualcuno, alla fine, ci aveva spiegato che austerity si traduceva “domeniche a piedi” – non ci spostò di un solo millimetro tanto noi andavamo a piedi tutti i santissimi giorni feriali della settimana e quindi la domenica eravamo già allenati perfino per la mezza maratona.

Camminare, prendere l’autobus o al limite andare in bici era la norma e non solamente per me e la mia famiglia che non aveva mai posseduto l’automobile, ma per buona parte del vicinato. Nel mio quartiere, tanto per dire, il parco automezzi constava a quell’epoca di una Fiat 850 Special, una Autobianchi A112 Elegant bicolore, una Vespa GT 125 Granturismo e una Lambretta Li 150 oltre a un camion generalmente usato per il trasporto di sabbia e pietrisco che veniva parcheggiato, a pomeriggio inoltrato, nello spiazzo che si apriva subito a destra dell’imbocco della traversa impedendoci lo svolgimento dei nostri partecipatissimi giochi.

Nella tarda mattinata della seconda o terza domenica di blocco si affacciò alla porta d’ingresso del quartiere un vecchio che non si era mai visto prima dalle nostre parti. Era esile e macilento, piuttosto male in arnese, il vestito logoro, un berretto che aveva visto giorni migliori e scarpe delle quali era difficile decifrare il colore originario. Camminava curvo e lento appoggiandosi a un bastone sottile che per lo sforzo ripetuto si arcuava pericolosamente a ogni passo. Noi ragazzi eravamo radunati al centro del crocevia, alcuni per scambiarsi le figurine dei calciatori, altri a giocare a scialletta. Il fatto che le strade fossero rimaste orfane di macchine era per noi una manna.

“Tu ce l’hai Busatta?” … “A me mancano pure Viola e Superchi!”           E tutti a dannarsi appresso all’introvabile Manservisi che pur con il suo esile fisico da uccellino faceva benissimo la parte del Feroce Saladino.

Contrariamente a quanto succedeva di solito con gli altri adulti che dovevano buttare il sangue per ottenere qualcosa dalle nostre zucche irrequiete, fummo subito conquistati dalla soave grazia del nuovo arrivato. In un fiat ci radunammo tutt’intorno e lui cominciò a raccontare storie di guerra – non di quella dello Yom Kippur ma di casa nostra di trent’anni prima – e di prigionia come stesse riallacciando il filo di un discorso precedentemente interrotto. Parlava di soldati, di battaglie, di nascondigli, di bombardamenti, di campi di concentramento, di fame, di violenza cieca e di una fottuta paura della fine del mondo. Tutti realizzammo quanto eravamo fortunati a vivere un mondo e un tempo liberi da certe afflizioni. La narrazione non seguiva una sua logica ma procedeva a strappi, animata dalla memoria e dalle forze altalenanti del poveretto. Nonostante le frequenti pause, però, nessuno osava interrompere il solenne fluire delle parole per fare delle domande.

Venimmo così a sapere che era stato deportato con tutta la famiglia a San Sabba nel maggio del 1944. Margherita, la figlia più grande, si era ammalata di tifo esantematico ed era morta durante il trasferimento alla risiera. Lui si era salvato perché ancora abile al lavoro ma il senso di colpa lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita. Era stato perciò destinato alla riparazione di stivali e divise delle truppe germaniche di stanza nella zona mentre la moglie Edda e la figlia minore Anna, di appena tredici anni, erano state gassate subito con gli scarichi dei camion appositamente trasformati per la bisogna dalle solerti SS di Odilo Globocnik e poi incenerite insieme ad altri mucchi di cadaveri nell’essiccatoio.

Raccontò con gli occhi umidi che, ogni tanto, alzando gli occhi al cielo aveva l’impressione che certe nuvole basse assumessero sembianze a lui care. Si era convinto che non fosse un caso fortuito ma che, invece, si trattasse senza alcun dubbio delle sue donne che, volatilizzate attraverso il camino del campo, si erano fermate nell’ascesa perché non avevano cuore di lasciarlo solo al mondo con quel tormento dentro l’animo.

Man mano che il vecchio andava avanti il peso dei ricordi sembrava alleggerirsi lasciandogli in faccia un’espressione di serena rassegnazione e uno spossamento nella tempra come chi abbia a lungo travagliato prima di procedere a un doloroso parto. Nella dimensione sospesa che le parole creavano sembrava trapassare con lo sguardo cose e persone, prigioniero di immagini incancellabili fissate da tempo nella retina.

All’improvviso tacque, si alzò e se ne andò così com’era venuto.

Ricomparve qualche domenica dopo e riprese il racconto dal punto dove l’aveva interrotto come se noi nel frattempo fossimo stati lì ad aspettare che lui tornasse per proseguire la storia. In realtà, almeno idealmente, era proprio così. La cosa continuò fino in primavera inoltrata quando il telegiornale annunciò con moderata soddisfazione la possibilità di circolazione a targhe alterne prima e con grande enfasi l’abolizione di qualsiasi restrizione al traffico privato, subito dopo. Era finito lo spasso.

Del vecchietto si persero le tracce e nessuno di noialtri lo rivide mai più. Solo molto tempo dopo si seppe che era morto, investito da un giovane tamarro lanciato a tutta velocità sul rettifilo di un’esistenza insensatamente accelerata. Sono sempre stato convinto che quell’anziano, minuscolo, disgraziato ebreo inquieto in cuor suo non avrebbe serbato rancore al giovane pirata della strada che in un sol colpo aveva posto fine al tormento dei ricordi e gli aveva consentito di ricongiungersi con i suoi affetti, travolti anche loro dalla furia bestiale dell’umanità più abbietta.

Che almeno l’aldilà gli sia lieve.

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27 ottobre 2013, domenica. E’ una bella giornata di sole quella che sceglie Franco, il Mitico Ragioniere, per lasciarci con il suo stile di sempre. In punta di piedi. Cercando in tutti i modi di non dare fastidio. Sono passati due anni nei quali le serate del sabato, le gite fuori porta, le partite a carte a Natale, il cazzeggio sotto l’ombrellone,  le grigliate in spiaggia, ogni cosa non è più stata la stessa. Anzi, in molti casi non è più stata e basta. Pubblico di seguito una sua immagine di quando ancora lo prendevamo in giro per la rispettabile “panza” e il racconto “E’ subito sera” scritto subito dopo la sua scomparsa, soprattutto per elaborare il lutto ed esorcizzare il magone, il peso della sua assenza.

Il Mitico Ragioniere, un po' di anni fa, ancora con gli occhiali da talpa e qualche chilo superfluo.
Il Mitico Ragioniere, un po’ di anni fa, ancora con gli occhiali da talpa e qualche chilo superfluo.

È subito sera

Il corridoio è inondato di una luce bianca, tremula. Malaticcia anch’essa, come si confà al luogo in cui mi trovo. L’istituto cittadino per le cure palliative. Una garbata perifrasi, un modo elegante per definire l’iter di quei malati che qui aspettano la fine.

L’aria è impregnata di quegli odori carichi, strani, tipici di un ambiente sanitario, che ti serrano la gola e non ti fanno respirare. È puzzo di medicinali, tanfo di carne marcia, fetore di vomito. O forse è solo il lezzo che trasuda dalla fottutissima paura di crepare.

Qui si combatte il cancro ma è una battaglia persa in partenza.

Mi sento addosso tutta la sofferenza che promana dalle stanze, dai letti degli ammalati, da quei poveri corpi martoriati in balìa delle loro afflizioni. Delle bestie orrende che li divorano da dentro e delle terapie che li illudono di poter ancora uscire indenni dal buco nero in cui ciascuno di questi poveri disgraziati è precipitato.

La sensazione opprimente mi avvolge e mi soffoca.

Sento di non farcela. Sento che non riuscirò a guardarti negli occhi e fingere che va tutto bene. Non sono mai stato bravo a mentire.

Sono sicuro che sarò sopraffatto dall’emozione, mi farò prendere dal pathos e perderò il controllo delle mie azioni.

E poi, chi me lo fa fare? Perché mi devo prendere tutto questo disturbo? Queste sono faccende per parenti stretti, non per conoscenti.

Basta, esco. Non ce la faccio più.

L’aria frizzante del tramonto mi accoglie appena riguadagno l’uscita dell’ospedale e mi rianima, evitandomi uno svenimento ormai imminente. Mentre recupero la capacità di intendere e di volere, mi rendo conto che mi sto comportando come il peggiore degli egoisti, come il bambino che non vuole vedere mai le brutture della vita.

Mi sento un verme.

È il mio migliore amico che in questo momento è su al secondo piano di questo sgraziato palazzone grigio a lottare contro il carcinoma che gli ha invaso i polmoni e che gli sta colonizzando tutti gli organi vitali in quell’osceno e terribile gioco degli specchi che i medici chiamano metastasi.

Faccio dietrofront e imbocco nuovamente l’atrio. A passo svelto questa volta, forse per non perdere la determinazione che mi sono scoperto solo a un soffio dalla più becera vigliaccheria.

Salgo nuovamente al secondo piano. Camera 231. È questa.

Tiro un gran sospiro ed entro.

La stanza è grande e disadorna. Ci sono tre letti ma solo due pazienti. Tu, nel letto centrale, sembri assopito. Mi dico che in effetti avrei dovuto scegliere un orario migliore per venirti a trovare.

Non ci pensiamo mai quando ritagliamo a fatica uno scampolo di tempo da dedicare a chi soffre tra gli innumerevoli impegni da cui siamo assillati.

Prima che possa pensare a cosa fare mi cavi d’impaccio salutandomi con un gesto leggero della mano, incatenata al tubo di una flebo lentissima che sembra voler dilatare all’infinito il tempo residuo che ormai ti separa dalla fine.

Accenni un sorriso, solo un po’ tirato.

Mi sorprendo a domandarmi dove cristo prenderai tanta forza d’animo, tanta nobile rassegnazione al destino infausto che ti attende.

Io al tuo posto sarei incazzato con l’universo mondo, avrei voglia di gridare, bestemmiare, spaccare tutto.

Tu invece mi accogli come al solito.

Scambiamo le nostre solite battute. Io faccio l’idiota, un po’ per stemperare la tensione, un po’ perché mi sento idiota davvero in questa situazione.

Non so cosa dire, non so cosa fare, non so come aiutarti.

Parliamo del più e del meno. Del tempo, del traffico, di cazzate qualsiasi che non riescono a nascondere la verità.

Ti dico, guardando altrove, che ti trovo bene. Parlo di progetti che mai si realizzeranno ma che in questo momento esorcizzano il peso della condanna a morte che i tuoi mi hanno comunicato solamente un’ora prima. Poche settimane di vita.

La calma assoluta del tuo viso contrasta con l’agitazione che sembra scuoterti dalle viscere e che ti solleva il diaframma a un ritmo parossistico. La violenza è tale che non capisco come fai a sopportarla.

Vorrei chiederti che cosa posso fare veramente per te, se hai un pensiero in particolare, qualcosa da condividere, una confidenza, l’ultimo desiderio. Ma non me la sento di rattristarti o almeno è così che mi giustifico.

Ti domando se hai visto la partita.

Provi a rispondere con quel filo di voce che ti è rimasto in corpo ma non ci riesci. Una tosse stizzosa ti sta tormentando da giorni. Come se la bestia stesse scacciando fuori da te ogni cosa tua, tutto ciò che ti identifica, che fa di te quello che sei.

È lei che reclama sempre la tua attenzione mentre ti sta portando via.

Maledizione!

Quante volte ti avremo intimato di smettere di fumare, in tutti questi anni?

A quest’ora non saresti qui, ridotto a uno scheletro di quaranta chili e io non starei perdendo l’unico amico vero col quale mi trovo per passare il tempo, chiacchierare, litigare, farmi due risate, ragionare del futuro.

E ora come farò?

Realizzo con sgomento che ti vengo a trovare perché sono io che ho bisogno di te piuttosto che il contrario.

Si sta facendo tardi, la famiglia mi reclama. Mai come adesso mi appare come l’ultimo porto sicuro in questo mare tempestoso che sto attraversando.

Ti saluto dandoti appuntamento per l’indomani. Ti guardo negli occhi, incavati e pesti, e già mi sembri più stanco, smagrito, cereo e perso di mezz’ora fa quando sono arrivato.

Esco quasi di corsa per non avere il tempo di pensare. Fuori stanno già calando le prime ombre della sera.

Sulla costa il cielo è basso e ruvido. Nero come il mio umore. Sembra quasi che non potrà più fare giorno. Per mesi, per anni. Forse mai più.

Salgo in macchina, mi immergo nel traffico convulso del rientro. Le auto in fila sul viale sono gabbie d’acciaio che trasportano disperati. Una processione di penitenti.

Avverto, pungente, una straziante sensazione di inutilità.

Abbasso il finestrino e aspiro una gran boccata d’aria fresca. La luna è sparita, ormai annegata nel cielo petrolio.

Mi sento già un po’ più solo al mondo.