Mirricordu

La violenza contro le donne non accenna a finire, anzi si alimenta ogni giorno che passa di nuova linfa. Episodi raccapriccianti vengono alla ribalta con preoccupante frequenza. L’uomo-padrone-mostro che annienta tutto ciò che non si piega ai suoi malsani voleri. Pazienza se spesso è la donna che gli è stata a lungo accanto.                                Il racconto che segue parla di questa strage domestica:

 

                                              Voi non potete capire

 

(Un giorno qualsiasi, in un posto qualsiasi)

La notizia, al telegiornale della sera, era scivolata via in un soffio:

«Giovane donna di età presumibile tra i venti e i trent’anni è stata ritrovata cadavere questa mattina, al decimo chilometro della circonvallazione. Sul tronco e sugli arti sono visibili i segni di decine profonde ferite da taglio. L’identificazione della vittima e le indagini sulle modalità del delitto si presentano difficili per la circostanza che il corpo è stato bruciato con della benzina. I resti sono quasi completamente carbonizzati. Si segue la pista del regolamento di conti maturato nel mondo della prostituzione.»

Neanche un minuto per catalogare una persona, censurare uno stile di vita, salutare senza tanti complimenti un nostro simile. Una seccatura qualunque capitata per caso in video tra la beneaugurante ripresa del mercato automobilistico e il sospirato cambio di allenatore della locale squadra di calcio.

(Poco tempo prima)

Non so come sono arrivata in ospedale. Non me lo ricordo. Ho tanto buio nella testa. Il colpo non l’ho visto arrivare. Mi ero girata per chiudermi in bagno. Quando Zach è arrabbiato è meglio stargli lontano. Ma ho fatto un solo passo e improvvisamente si è spenta la luce. E ora mi trovo al pronto soccorso. Ho un gran mal di testa. Ho i crampi allo stomaco. E non vedo che bagliori dall’occhio sinistro. Fuori piove. Sento freddo dentro.

Il dottore mi fa stendere sul lettino e mi visita con attenzione.

«Come ti chiami?» chiede mentre mi sutura il taglio al sopracciglio.

«Mi chiamo Maria. Maria Euras» rispondo in un fiato.

«E da dove vieni, Maria?» fa lui, incuriosito.

«Sono pangica. Vengo da un paesino del nord vicino Batlas. Siamo in Italia da più di un anno, io e mio marito.» mi fa piacere raccontargli la mia storia. È tanto tempo che non parlo con nessuno.

«Tuo marito? Ma quanti anni hai?» ribatte incredulo. Anche lui sembra essere contento di parlare con me.

«Quasi diciannove.» rispondo fiera. Non avrà pensato per caso di avere a che fare con una ragazzina?

Tanto lui non può capire. Da noi non è come in Italia. La vita al mio villaggio comincia presto. Anche perché finisce pure presto. Ci si sposa a sedici anni. A venti hai già due o tre figli. E a quaranta sei già vecchia. Non vali più niente.

«Come ti sei procurata questa ferita?» mi interroga, di nuovo professionale.

«Sono caduta.» faccio di rimando, in automatico.

«Senti, non credo che sia possibile causarsi quel taglio e quell’ematoma con una caduta. Ti ha picchiata tuo marito? Me lo puoi dire, stai tranquilla.» indaga suadente.

Ma lui non può capire.

Da noi è così. Quando un uomo ama una donna, capita che ogni tanto la prenda a botte. Ma perché ci tiene a lei. Per amore. Io lo so che è così. Anche se Zach non è venuto con me in ospedale per non passare dei guai adesso lo so che è a casa preoccupato per come sto.

Ogni volta, dopo che mi picchia, piange e mi chiede perdono. Mi bacia e mi promette che non capiterà più. Ma a me, in fondo, non importa. Io sto bene con lui. Siamo sposati da più di tre anni, ormai.

Ero rimasta incinta. Ma lui non ha voluto che lo tenessi, il bambino. Era troppo presto, ha detto. Quella volta sono stata molto male. Ho perso tanto sangue. Non ho più avuto il ciclo per quasi un anno. Ma l’abbiamo superata, insieme.

Poi mio padre si è rovinato. I soldi non valevano più niente. Per pagare la sua parte del matrimonio ha dovuto vendere le capre e non ha più potuto produrre il formaggio. La mia famiglia aveva tirato avanti fino ad allora con il formaggio di latte di capra. Allora io e Zach abbiamo deciso di trasferirci in Italia a lavorare. Ma non è facile per niente.

Io faccio le pulizie. O la badante. Quello che capita. Zach non parla l’italiano e non riesce a trovare un lavoro. Perciò beve. E quando è ubriaco è meglio stargli lontano. L’ultima volta che aveva bevuto sono finita giù dalle scale. Ma è stato un incidente. Non l’ha fatto apposta.

Per farsi perdonare mi ha dato cinquanta euro per me e cinquanta da mandare a casa a mia mamma. Quando le sono arrivati, lei mi ha telefonato piangendo. Le ho suggerito di comprarsi qualcosa, con quei soldi. Non la finiva più di ringraziarmi. Mi ha risposto che si sarebbe comprata un vestito e un paio di scarpe. Le ho detto che ora vanno di moda quelle col tacco alto.

«Posso farle qualche domanda, signora Euras?» il poliziotto si è materializzato dal nulla. Non mi ero accorta che fosse entrato nella medicheria. Il dottore evidentemente non si è convinto.

Ma lui non può capire. Da noi è così.

Faccio cenno di sì con la testa.

«Dove abita, signora Euras?»

Glielo dico, non c’è nulla di male.

«E come si chiama suo marito?»

Mio marito? E perché me lo chiede?

Anche lui non capisce.

«Zach Adjehr…» rispondo rassegnata «… ma voi non potete capire. Lui mi vuole bene.»

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In occasione dell’otto marzo, come modesto omaggio a tutte le donne, pubblico il racconto breve “La ragazza del semaforo”, icona di un mondo altro da noi del quale non sempre ci accorgiamo, presi come siamo da noi stessi e dai nostri banali problemi quotidiani:

                                                La ragazza del semaforo

Non so voi, ma io mi sento particolarmente coinvolto emotivamente da quelle povere persone che colonizzano i semafori di ogni città italiana da almeno dieci anni a questa parte.

Non riesco a non provare solidarietà verso quelle misere, desolate, esistenze marginali.

Si, lo so.

È proprio sui sensi di colpa di noi fessi occidentali ricchi e sviluppati che costoro fanno leva quando ti si avvicinano nella pausa del rosso e ti chiedono un aiuto, qualche spiccio per mangiare, insomma l’elemosina.

Ma è più forte di me.

Loro lo sanno. Se ne accorgono. Lo sentono.

E mi rincorrono per chiedermi qualche soldo.

Io ormai cerco di non farmi trovare impreparato, non mi va di deluderli, e tengo sempre una scorta di monetine nel cassettino da dividere quotidianamente tra tutti i disperati che incontro ai vari incroci che frequento, andando e tornando dal lavoro.

In questa varia umanità c’è, in particolare, una ragazzina che abita un semaforo vicino casa mia che mi intenerisce sempre di più ogni mattina che la sfioro.

Questo inverno è stato particolarmente lungo e freddo e la mattina l’aria è stata, perlopiù, diaccia e tagliente.

Lei, per tutta la cattiva stagione, ha indossato delle improbabili ciabattine nere sopra dei calzini rossi corti, un gonnone lungo di cotone beige scuro, maglione verde militare e giubbotto sportivo marrone, vecchio di qualche lustro.

Quando abbasso il finestrino per allungarle i soldi che ho serbato, lei mi porge un bicchiere di carta che tiene con una mano insicura e violacea, praticamente congelata.

Dopo aver dato un’occhiata dolente nel bicchiere, mi ringrazia con un sorriso appena accennato e passa oltre, incontro al prossimo fesso.

L’altro giorno era, come al solito, al posto di lavoro.

La guardo da lontano per qualche istante.

La fila al semaforo é particolarmente lunga. C’é la partita e, come ogni volta, il traffico é in tilt.

Ma lei, nonostante la grande massa di potenziali polli da spennare, non si muove.

Sta accucciata al bordo del marciapiede, vicino la siepe, con un panino in mano che divora avidamente.

Mangia senza distogliere lo sguardo dal cibo, come astratta dal contesto urbano che la contiene.

Non si é accorta neanche dei due piccioni, probabilmente una coppia malmessa la propria parte – forse extracomunitari, del resto chi sa come vanno le cose nel loro mondo? – che le si sono accostati da presso e la guardano, esitanti e supplici.

Finalmente lei si avvede della loro presenza.

Li allontana con un gesto ma quelli, ostinati, tornano.

Allora la fanciulla, dopo averli osservati con un po’ più di attenzione, stacca dei piccoli pezzettini di pane dalla sua colazione e li lancia ai due occasionali amici che mostrano di gradire moltissimo.

La coppia di volatili divora in un battibaleno le molliche offerte e subito si fa di nuovo avanti per ottenerne ancora.

La ragazzina, questa volta, stacca dei pezzetti più grossi e glieli lancia e i piccioni la ringraziano con un gran frullare d’ali e con un ilare banchetto.

La osservo. Il viso rilassato, lo sguardo sereno.

Nonostante la fame debba farsi sentire nella carne viva della giovane, non ha saputo resistere al desiderio di trovarsi, per una volta, dall’altra parte.

Di essere lei quella alla quale l’elemosina viene chiesta e che, graziosamente, concede uno spicchio del suo benessere a dei poveretti che ti guardano, rimproverandoti perché tu hai tutto mentre loro non hanno niente.

Finisce il panino, si alza e si avvicina.

Abbasso il finestrino, raduno svelto le monetine e le lascio cadere nel bicchiere che mi porge e mentre si allontana le mando un muto bacio di ringraziamento a nome dei piccioni e di tutto il ricco, obeso e strafottente mondo occidentale.

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Fra poche ore si celebrerà, come ogni anno, il Giorno della Memoria. Se c’è una ricorrenza che non dovremmo mai dimenticare di onorare con un pensiero, una preghiera, con l’impegno di ciascuna persona di buona volontà a mantenere vivo l’orrore per ciò che è stato affinché non sia più possibile che niente del genere si ripeta, ebbene è proprio questa. Il racconto che segue, selezionato in un concorso letterario indetto un paio di anni fa in questa occasione, è il mio modesto contributo alla commemorazione:

 

Austerity e Shoah

La faccia dell’omino che arringava timidamente la nazione infagottato nel vestito impiegatizio era schiacciata dalla prospettiva del bianco e nero d’antan. Una certa fissità dello sguardo e il linguaggio ermetico contribuivano a rendere la recita mediatica particolarmente stucchevole. Ora di cena, silenzio quasi religioso. Appuntamento canonico con la massima espressione di autorità costituita conosciuta a quel tempo: il telegiornale.

Per mio padre questo era l’unico momento di contatto con il mondo che stava oltre l’orizzonte della nostra faticosa vita marginale di sottoproletari. Riflettendoci adesso, penso che ogni minima interruzione causata dalle mie intemperanze adolescenziali dovesse irritarlo parecchio e mio padre quando gli giravano era brutto, ma brutto assai. Io però ero animato da una sana incoscienza giovanile   o amavo il pericolo  –  non ho mai avuto il tempo e la voglia di approfondire la cosa –  e quindi ero spesso portato a rischiare grosso.

“Papà, che cos’è un ministro?” un grugnito per tutta risposta. I miei dodici anni mi garantivano, almeno per il momento, una certa tolleranza.

“Che vuol dire choc petrolifero?” il sopracciglio destro repentinamente contratto in un arco innaturale significava che la franchigia andava paurosamente assottigliandosi.

“Ma perché fanno la guerra dello Yom Kippur?” ora un tic nervoso aveva fatto la sua comparsa all’occhio sinistro.

“E che significa austerity?” avrei voluto concludere, quasi per esorcizzare quell’incomprensibile profluvio di espressioni sconnesse che il tubo catodico ci rovesciava addosso senza freni, ma non feci in tempo. Per mio padre la misura era colma.

Con la mano, che il mestiere di muratore aveva trasformato in micidiale maglio, minacciò semplicemente una timpulata ai miei danni. Tanto bastò a suggerirmi all’istante un balzo in camera da letto a mettere in salvo la faccia per l’interrogazione di storia dell’indomani. Il fatto era che quand’anche avesse avuto una natura più incline al dialogo mai avrebbe saputo dirmi cosa catinazzo fosse lo Yom Kippur né per quale motivo Egitto e Siria stessero battagliando con gli israeliani. Così, sebbene nessuno di noi in famiglia conoscesse l’inglese, l’austerity era entrata prepotentemente a far parte della nostra vita. Era il 2 dicembre 1973.

Diciamolo subito: per noi fu una vera pacchia. Una indimenticabile vacanza senza l’assillo della partenza. Il blocco totale del traffico automobilistico privato di domenica – sì, perché qualcuno, alla fine, ci aveva spiegato che austerity si traduceva “domeniche a piedi” – non ci spostò di un solo millimetro tanto noi andavamo a piedi tutti i santissimi giorni feriali della settimana e quindi la domenica eravamo già allenati perfino per la mezza maratona.

Camminare, prendere l’autobus o al limite andare in bici era la norma e non solamente per me e la mia famiglia che non aveva mai posseduto l’automobile, ma per buona parte del vicinato. Nel mio quartiere, tanto per dire, il parco automezzi constava a quell’epoca di una Fiat 850 Special, una Autobianchi A112 Elegant bicolore, una Vespa GT 125 Granturismo e una Lambretta Li 150 oltre a un camion generalmente usato per il trasporto di sabbia e pietrisco che veniva parcheggiato, a pomeriggio inoltrato, nello spiazzo che si apriva subito a destra dell’imbocco della traversa impedendoci lo svolgimento dei nostri partecipatissimi giochi.

Nella tarda mattinata della seconda o terza domenica di blocco si affacciò alla porta d’ingresso del quartiere un vecchio che non si era mai visto prima dalle nostre parti. Era esile e macilento, piuttosto male in arnese, il vestito logoro, un berretto che aveva visto giorni migliori e scarpe delle quali era difficile decifrare il colore originario. Camminava curvo e lento appoggiandosi a un bastone sottile che per lo sforzo ripetuto si arcuava pericolosamente a ogni passo. Noi ragazzi eravamo radunati al centro del crocevia, alcuni per scambiarsi le figurine dei calciatori, altri a giocare a scialletta. Il fatto che le strade fossero rimaste orfane di macchine era per noi una manna.

“Tu ce l’hai Busatta?” … “A me mancano pure Viola e Superchi!”           E tutti a dannarsi appresso all’introvabile Manservisi che pur con il suo esile fisico da uccellino faceva benissimo la parte del Feroce Saladino.

Contrariamente a quanto succedeva di solito con gli altri adulti che dovevano buttare il sangue per ottenere qualcosa dalle nostre zucche irrequiete, fummo subito conquistati dalla soave grazia del nuovo arrivato. In un fiat ci radunammo tutt’intorno e lui cominciò a raccontare storie di guerra – non di quella dello Yom Kippur ma di casa nostra di trent’anni prima – e di prigionia come stesse riallacciando il filo di un discorso precedentemente interrotto. Parlava di soldati, di battaglie, di nascondigli, di bombardamenti, di campi di concentramento, di fame, di violenza cieca e di una fottuta paura della fine del mondo. Tutti realizzammo quanto eravamo fortunati a vivere un mondo e un tempo liberi da certe afflizioni. La narrazione non seguiva una sua logica ma procedeva a strappi, animata dalla memoria e dalle forze altalenanti del poveretto. Nonostante le frequenti pause, però, nessuno osava interrompere il solenne fluire delle parole per fare delle domande.

Venimmo così a sapere che era stato deportato con tutta la famiglia a San Sabba nel maggio del 1944. Margherita, la figlia più grande, si era ammalata di tifo esantematico ed era morta durante il trasferimento alla risiera. Lui si era salvato perché ancora abile al lavoro ma il senso di colpa lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita. Era stato perciò destinato alla riparazione di stivali e divise delle truppe germaniche di stanza nella zona mentre la moglie Edda e la figlia minore Anna, di appena tredici anni, erano state gassate subito con gli scarichi dei camion appositamente trasformati per la bisogna dalle solerti SS di Odilo Globocnik e poi incenerite insieme ad altri mucchi di cadaveri nell’essiccatoio.

Raccontò con gli occhi umidi che, ogni tanto, alzando gli occhi al cielo aveva l’impressione che certe nuvole basse assumessero sembianze a lui care. Si era convinto che non fosse un caso fortuito ma che, invece, si trattasse senza alcun dubbio delle sue donne che, volatilizzate attraverso il camino del campo, si erano fermate nell’ascesa perché non avevano cuore di lasciarlo solo al mondo con quel tormento dentro l’animo.

Man mano che il vecchio andava avanti il peso dei ricordi sembrava alleggerirsi lasciandogli in faccia un’espressione di serena rassegnazione e uno spossamento nella tempra come chi abbia a lungo travagliato prima di procedere a un doloroso parto. Nella dimensione sospesa che le parole creavano sembrava trapassare con lo sguardo cose e persone, prigioniero di immagini incancellabili fissate da tempo nella retina.

All’improvviso tacque, si alzò e se ne andò così com’era venuto.

Ricomparve qualche domenica dopo e riprese il racconto dal punto dove l’aveva interrotto come se noi nel frattempo fossimo stati lì ad aspettare che lui tornasse per proseguire la storia. In realtà, almeno idealmente, era proprio così. La cosa continuò fino in primavera inoltrata quando il telegiornale annunciò con moderata soddisfazione la possibilità di circolazione a targhe alterne prima e con grande enfasi l’abolizione di qualsiasi restrizione al traffico privato, subito dopo. Era finito lo spasso.

Del vecchietto si persero le tracce e nessuno di noialtri lo rivide mai più. Solo molto tempo dopo si seppe che era morto, investito da un giovane tamarro lanciato a tutta velocità sul rettifilo di un’esistenza insensatamente accelerata. Sono sempre stato convinto che quell’anziano, minuscolo, disgraziato ebreo inquieto in cuor suo non avrebbe serbato rancore al giovane pirata della strada che in un sol colpo aveva posto fine al tormento dei ricordi e gli aveva consentito di ricongiungersi con i suoi affetti, travolti anche loro dalla furia bestiale dell’umanità più abbietta.

Che almeno l’aldilà gli sia lieve.

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27 ottobre 2013, domenica. E’ una bella giornata di sole quella che sceglie Franco, il Mitico Ragioniere, per lasciarci con il suo stile di sempre. In punta di piedi. Cercando in tutti i modi di non dare fastidio. Sono passati due anni nei quali le serate del sabato, le gite fuori porta, le partite a carte a Natale, il cazzeggio sotto l’ombrellone,  le grigliate in spiaggia, ogni cosa non è più stata la stessa. Anzi, in molti casi non è più stata e basta. Pubblico di seguito una sua immagine di quando ancora lo prendevamo in giro per la rispettabile “panza” e il racconto “E’ subito sera” scritto subito dopo la sua scomparsa, soprattutto per elaborare il lutto ed esorcizzare il magone, il peso della sua assenza.

Il Mitico Ragioniere, un po' di anni fa, ancora con gli occhiali da talpa e qualche chilo superfluo.
Il Mitico Ragioniere, un po’ di anni fa, ancora con gli occhiali da talpa e qualche chilo superfluo.

È subito sera

Il corridoio è inondato di una luce bianca, tremula. Malaticcia anch’essa, come si confà al luogo in cui mi trovo. L’istituto cittadino per le cure palliative. Una garbata perifrasi, un modo elegante per definire l’iter di quei malati che qui aspettano la fine.

L’aria è impregnata di quegli odori carichi, strani, tipici di un ambiente sanitario, che ti serrano la gola e non ti fanno respirare. È puzzo di medicinali, tanfo di carne marcia, fetore di vomito. O forse è solo il lezzo che trasuda dalla fottutissima paura di crepare.

Qui si combatte il cancro ma è una battaglia persa in partenza.

Mi sento addosso tutta la sofferenza che promana dalle stanze, dai letti degli ammalati, da quei poveri corpi martoriati in balìa delle loro afflizioni. Delle bestie orrende che li divorano da dentro e delle terapie che li illudono di poter ancora uscire indenni dal buco nero in cui ciascuno di questi poveri disgraziati è precipitato.

La sensazione opprimente mi avvolge e mi soffoca.

Sento di non farcela. Sento che non riuscirò a guardarti negli occhi e fingere che va tutto bene. Non sono mai stato bravo a mentire.

Sono sicuro che sarò sopraffatto dall’emozione, mi farò prendere dal pathos e perderò il controllo delle mie azioni.

E poi, chi me lo fa fare? Perché mi devo prendere tutto questo disturbo? Queste sono faccende per parenti stretti, non per conoscenti.

Basta, esco. Non ce la faccio più.

L’aria frizzante del tramonto mi accoglie appena riguadagno l’uscita dell’ospedale e mi rianima, evitandomi uno svenimento ormai imminente. Mentre recupero la capacità di intendere e di volere, mi rendo conto che mi sto comportando come il peggiore degli egoisti, come il bambino che non vuole vedere mai le brutture della vita.

Mi sento un verme.

È il mio migliore amico che in questo momento è su al secondo piano di questo sgraziato palazzone grigio a lottare contro il carcinoma che gli ha invaso i polmoni e che gli sta colonizzando tutti gli organi vitali in quell’osceno e terribile gioco degli specchi che i medici chiamano metastasi.

Faccio dietrofront e imbocco nuovamente l’atrio. A passo svelto questa volta, forse per non perdere la determinazione che mi sono scoperto solo a un soffio dalla più becera vigliaccheria.

Salgo nuovamente al secondo piano. Camera 231. È questa.

Tiro un gran sospiro ed entro.

La stanza è grande e disadorna. Ci sono tre letti ma solo due pazienti. Tu, nel letto centrale, sembri assopito. Mi dico che in effetti avrei dovuto scegliere un orario migliore per venirti a trovare.

Non ci pensiamo mai quando ritagliamo a fatica uno scampolo di tempo da dedicare a chi soffre tra gli innumerevoli impegni da cui siamo assillati.

Prima che possa pensare a cosa fare mi cavi d’impaccio salutandomi con un gesto leggero della mano, incatenata al tubo di una flebo lentissima che sembra voler dilatare all’infinito il tempo residuo che ormai ti separa dalla fine.

Accenni un sorriso, solo un po’ tirato.

Mi sorprendo a domandarmi dove cristo prenderai tanta forza d’animo, tanta nobile rassegnazione al destino infausto che ti attende.

Io al tuo posto sarei incazzato con l’universo mondo, avrei voglia di gridare, bestemmiare, spaccare tutto.

Tu invece mi accogli come al solito.

Scambiamo le nostre solite battute. Io faccio l’idiota, un po’ per stemperare la tensione, un po’ perché mi sento idiota davvero in questa situazione.

Non so cosa dire, non so cosa fare, non so come aiutarti.

Parliamo del più e del meno. Del tempo, del traffico, di cazzate qualsiasi che non riescono a nascondere la verità.

Ti dico, guardando altrove, che ti trovo bene. Parlo di progetti che mai si realizzeranno ma che in questo momento esorcizzano il peso della condanna a morte che i tuoi mi hanno comunicato solamente un’ora prima. Poche settimane di vita.

La calma assoluta del tuo viso contrasta con l’agitazione che sembra scuoterti dalle viscere e che ti solleva il diaframma a un ritmo parossistico. La violenza è tale che non capisco come fai a sopportarla.

Vorrei chiederti che cosa posso fare veramente per te, se hai un pensiero in particolare, qualcosa da condividere, una confidenza, l’ultimo desiderio. Ma non me la sento di rattristarti o almeno è così che mi giustifico.

Ti domando se hai visto la partita.

Provi a rispondere con quel filo di voce che ti è rimasto in corpo ma non ci riesci. Una tosse stizzosa ti sta tormentando da giorni. Come se la bestia stesse scacciando fuori da te ogni cosa tua, tutto ciò che ti identifica, che fa di te quello che sei.

È lei che reclama sempre la tua attenzione mentre ti sta portando via.

Maledizione!

Quante volte ti avremo intimato di smettere di fumare, in tutti questi anni?

A quest’ora non saresti qui, ridotto a uno scheletro di quaranta chili e io non starei perdendo l’unico amico vero col quale mi trovo per passare il tempo, chiacchierare, litigare, farmi due risate, ragionare del futuro.

E ora come farò?

Realizzo con sgomento che ti vengo a trovare perché sono io che ho bisogno di te piuttosto che il contrario.

Si sta facendo tardi, la famiglia mi reclama. Mai come adesso mi appare come l’ultimo porto sicuro in questo mare tempestoso che sto attraversando.

Ti saluto dandoti appuntamento per l’indomani. Ti guardo negli occhi, incavati e pesti, e già mi sembri più stanco, smagrito, cereo e perso di mezz’ora fa quando sono arrivato.

Esco quasi di corsa per non avere il tempo di pensare. Fuori stanno già calando le prime ombre della sera.

Sulla costa il cielo è basso e ruvido. Nero come il mio umore. Sembra quasi che non potrà più fare giorno. Per mesi, per anni. Forse mai più.

Salgo in macchina, mi immergo nel traffico convulso del rientro. Le auto in fila sul viale sono gabbie d’acciaio che trasportano disperati. Una processione di penitenti.

Avverto, pungente, una straziante sensazione di inutilità.

Abbasso il finestrino e aspiro una gran boccata d’aria fresca. La luna è sparita, ormai annegata nel cielo petrolio.

Mi sento già un po’ più solo al mondo.