I libri degli altri

La medaglia del rovescio

“Tutti i grandi sono stati bambini, una volta.” dal blog dell’autrice.

 

C’è una terra capovolta, un sud suddissimo dove, in una città odorosa di acqua e sale si agita una donna curiosa, passionale, imperfetta, stupita, alla perenne ricerca del filo conduttore della sua esistenza. Nel suo mutevole universo contenuto in appena 90 mq, questa moderna e acuta esploratrice dei sentimenti osserva la vita che si manifesta nelle sembianze di uno Sposo Errante e di due adolescenti, il decenne e la quattordicenne, e ci offre le sue riflessioni ora commosse, ora divertite. Tizianeda, la donna si chiama così, ci consegna la sua visione del presente dove le tracce del passato risaltano nella bellezza dei ricordi che affiorano rarefatti qui e là, diffondendo tra le pagine un ineludibile bisogno di amare e di essere amati. L’unica cosa che conti davvero nella vita di ciascuno.

“La medaglia del rovescio” è un libro leggero, soave, che quando lo leggi ti senti come dopo aver bevuto un bicchiere di acqua fresca in una afosa giornata d’agosto. O come riconciliato con l’essenza più intima dell’animo, dove si nascondono le innumerevoli contraddizioni che ci lacerano. Dove riponiamo i nostri afflati più segreti, spesso frustrati dalla grigia, anodina quotidianità alla quale siamo rassegnati. Ho finito di leggerlo pressato da una piacevole urgenza, affascinato dalla scrittura originalissima e particolarmente coinvolgente dell’autrice e mi è capitata una cosa strana, mai successa prima: ho ripreso daccapo, come se nulla fosse.

Le storie, i racconti, gli aneddoti che Tizianeda sciorina, mettendosi a nudo in un irrefrenabile bisogno essenziale di trasparenza e fiducia reciproca, testimoniano una lampante verità: non ci sono risposte alle infinite domande che ci poniamo quotidianamente, per quanto ci si ostini a volerne cercare di definitive. Allora il senso non può che essere quello che ciascuno deve costruirsi il proprio percorso, seguendo esclusivamente le proprie inclinazioni, ascoltando i battiti più intimi del proprio cuore. Solamente così potremo attraversare il nostro tempo senza correre il rischio di arrivare alla fine rendendoci conto di aver sprecato questo grande dono che è la vita.

È un bel libro, questo di Tiziana Calabrò, giovane avvocata reggina che, a un certo punto, ha deciso di salire sul filo del funambolo, come ama dire lei, per raccontarci il suo modo di intendere l’immanente. Un libro scritto da una brava scrittrice calabrese per Falzea, prestigiosa casa editrice calabrese, per un pubblico di lettori calabresi e non solo. Mi fa piacere, come ho già avuto modo di scrivere altrove, di poter contribuire all’affermazione di un’autrice che diffonde nel mondo una visione altra di una terra disgraziata com’è la nostra, che abbisogna delle migliori energie di tutti i suoi figli per liberarsi dalle tante catene che la imprigionano, condannandola a un destino di arretratezza e degrado.

"La medaglia del rovescio" - Falzea Editore, giugno 2016
“La medaglia del rovescio” – Falzea Editore, giugno 2016

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Il coraggio della verità

“… quel cadavere parla. E tutti lo dobbiamo ascoltare.” dalla IV di copertina.

La sera del 15 ottobre 2009 il trentenne romano Stefano Cucchi viene fermato e condotto in caserma. I carabinieri che lo perquisiscono trovano addosso al giovane circa ventuno grammi di hashish e tre dosi di cocaina. Il giorno dopo in aula, giudicato per direttissima, comincia a manifestare i primi sintomi di un evidente malessere. Zoppica, parla a fatica e presenta degli aloni rossi sugli zigomi. Muore sei giorni dopo in un lettino del reparto di medicina protetta dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma. Al momento del decesso pesa solamente trentasette chili.

Carlo Bonini, inviato del quotidiano La Repubblica, dopo aver seguito per circa sei anni una quantità incredibile di udienze, letto una montagna di carte, visto un’infinità di fotografie e filmati relativi ai quattro processi che si sono susseguiti dal 2010 a oggi, esce con questo libro–inchiesta dal titolo “Il corpo del reato” edito da Feltrinelli nella collana Serie Bianca, già da novembre in libreria. L’autore confeziona un racconto potente, duro, corrosivo. Un autentico pugno nello stomaco. Non tanto nello stile, anzi Bonini si sforza di non cedere mai alla tentazione del sensazionalismo e della retorica, quanto piuttosto nella sostanza.

Già in premessa egli sottolinea che la ricostruzione si basa sulla conoscenza giornalistica dei fatti, sulla lettura degli atti processuali, degli accertamenti medico-legali, dei rapporti di polizia, delle sentenze di quattro diverse corti giudicanti. È evidente la volontà di non deviare da un percorso di asciutta ed essenziale rappresentazione di un evento che nella sua drammatica banalità impone a tutti di non essere banali, di non allontanarsi dalle circostanze processuali provate e inoppugnabili. Per il rispetto che si deve a un ragazzo morto inspiegabilmente e, anche o soprattutto, per la cautela che deve caratterizzare le mosse di chi sfida il potere. Perché qui si rappresenta, ancora una volta, la lotta tra Davide e Golia. Lo Stato, a cui è affidato il povero Stefano, lo riconsegna morto ai suoi genitori dopo un’agonia durata sei giorni, senza uno straccio di spiegazione plausibile.

Se lo Stato non riesce a tutelare i diritti di tutti i cittadini, anche gli ultimi, se non ha la forza e il coraggio di fare i conti con la verità, allora non può definirsi civile. Non sposta nulla la circostanza che Stefano Cucchi sia un tossico, un ramo storto. Il fatto è che il ramo si spezza. E muore. In un’apparente indifferenza. È la disperata ostinazione della sorella, la tenera ma tenace Ilaria, che impedisce che la vicenda sia dimenticata dall’opinione pubblica e trovi, invece, l’approdo necessario della verità. Il libro si apre e si chiude con un ardito e particolarmente triste parallelismo con il caso di Giulio Regeni, per sottendere un inquietante interrogativo: come possiamo avere, noi italiani, la forza e la credibilità necessarie per pretendere dal governo egiziano la piena verità sul caso del ricercatore triestino assassinato in Egitto quando non riusciamo, da ormai sette anni, a stabilire chi o che cosa ha determinato la morte di un giovane apparentemente sano durante la sua permanenza nelle strutture del sistema giudiziario del nostro paese?

Un libro da leggere e da non dimenticare.

"Il corpo del reato" - Feltrinelli nov. 2016
“Il corpo del reato” – Feltrinelli nov. 2016

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La consonanza artistica

All’uscita dal cinema lo sputa-sentenze della compagnia aveva decretato: «Non c’è niente da fare. Ripetersi è veramente difficile. La storia è piena di meteore, fenomeni che spariscono così come sono apparsi.» Dopo un’attesa durata più di due anni, il film “Scusate il ritardo” aveva un po’ deluso le aspettative dei numerosi fan. Mi doleva ammetterlo. Per chi si era deliziato con le esilaranti vicende del non-emigrante Gaetano in “Ricomincio da tre”, Massimo Troisi era più che un grande attore. Era un mito, un’icona. Di più, vorrei dire. Una forza della natura, un punto di riferimento ideale, un fratello maggiore di celluloide. Io ero tra questi e non tolleravo che il suo talento fosse messo in discussione da un cretino qualsiasi.

Valeria Siclari si ripropone al suo pubblico con questo pesante fardello sulle spalle: riuscire a ripetere la convincente prova fornita con “Stelle binarie”, romanzo d’esordio meritatamente pluri-premiato e celebrato dalla critica letteraria nazionale. Non nascondo la trepidazione di lettore interessato nello scorrere le pagine di questa sua ultima fatica, “La convergenza artica”, che peraltro ha già incassato il riconoscimento del “Cingari 2015”, il premio letterario organizzato annualmente dalla Leonida Edizioni.

Lo dico subito: Valeria non conferma quanto di buono aveva fatto intravedere al debutto. Va ben oltre, al di là di ogni pronostico. Incornicia una dimostrazione di maturità che azzittirebbe anche l’incallito sputa-sentenze di prima. “La convergenza artica” rappresenta la consacrazione di una scrittrice ormai compiuta, caratterizzata da una grande sensibilità e, insieme, da una leggerezza d’animo che le consentono di trattare ogni argomento con una credibilità che colleghi ben più famosi le carpirebbero volentieri.

Il romanzo si sviluppa in ambiti che sono, questa volta, più vicini al vissuto della scrittrice reggina. Viola, appassionata filologa, è così assorbita dal suo lavoro e dal desiderio di riuscire a svelare il senso di un antico e misteriosissimo manoscritto ancora non decifrato, il Voynich, sotto la guida di Olivia, la sua amica e mentore, da non accorgersi che la sua vita sta andando in frantumi e che sono solamente la sua cieca ostinazione e l’incapacità a vedere la realtà a tenere insieme i cocci di una esistenza alla deriva.

L’intreccio è ben costruito e fa apprezzare il perfetto meccanismo che lo regola. Valeria scandisce i tempi letterari con una padronanza da navigata sceneggiatrice. Sembra di assistere all’effetto di una esplosione, però vista al contrario. I frammenti sono come risucchiati fra di loro e ricomposti a formare il disegno originario. Quando, al termine del suo viaggio interiore, Viola riscoprirà finalmente sé stessa, il suo valore di persona, la gioia e il senso di una vita che è sempre necessario accettare come un dono, si rimane contrariati esclusivamente per il fatto che il libro sia già finito.

P.S.: il tempo, da quel galantuomo che è, ha poi acclarato che Troisi non fu nemmeno lontanamente una meteora o solamente un comico di successo. Semmai, uno dei più grandi artisti e intellettuali italiani del ventesimo secolo, degno erede di Eduardo e Totò come di Buster Keaton, Charlie Chaplin e Woody Allen. Anche “Scusate il ritardo” è stato ampiamente rivalutato dalla critica. Ho goduto intimamente nel trovare, nel romanzo, un riferimento al tenero Mario de “Il postino” di Michael Radford, ultima e sublime interpretazione di Massimo. Praticamente, il testamento spirituale dell’artista di San Giorgio a Cremano che sarebbe morto appena due giorni dopo averne terminate le riprese. Una consonanza che mi gratifica nel profondo.

"La convergenza artica" - Premio Cingari 2015
“La convergenza artica” – Premio Cingari 2015

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Lo scrittore e il bravo ragazzo

Conosco Nino, il suocero, fin dai tempi di un lontano esordio a Ciccarello nei N.A.G.C. del San Sperato. Era il 1974, tanto per dare un’idea di quanto si vada indietro nel tempo. Io centrocampista elegante, discontinuo, dal buon tiro, capace di irresistibili sgroppate ma spesso avulso dallo sviluppo del gioco. Lui centravanti atipico, compatto e veloce, abile nel gioco aereo nonostante non sia un granatiere, inguaribile dribblomane, del tutto privo di una conclusione a rete degna di questo nome. Insieme abbiamo vissuto sfide epiche sugli spelacchiati campi di calcio di mezza provincia.

Quando ci siamo rivisti a Favazzina, quest’estate, c’era anche Francesca, la deliziosa consorte. «Anche tu scrivi? Allora sicuramente conosci mio genero!» mi avevano apostrofato all’unisono. «Tuo genero chi?» avevo ribattuto, quasi meravigliato della cosa. Ogni volta dimentico che non solo hanno una figlia già sposata ma che, addirittura, ha pensato bene di arricchire la casata con due splendidi pargoli, Thomas e Riccardo.

«Demetrio Verbaro, lo scrittore.» la precisazione di Nino era stata giustamente orgogliosa.

Non conoscevo Demetrio sotto il profilo letterario così promisi di leggere i suoi testi, ma fino a un paio di settimane fa me n’era mancata l’occasione. Ci ha pensato lui, Demetrio intendo, a facilitare le cose invitandomi alla presentazione del suo terzo romanzo dal titolo “La farfalla con le ali di cristallo” avvenuta domenica scorsa al Miramare che, praticamente, ha riaperto i battenti per l’evento.

Dato che mi trovavo ho preso anche “Il carico della formica”, fortunato romanzo d’esordio del nostro che già mi aveva intrigato per l’ambientazione e per quel poco che avevo carpito della trama. Naturalmente ho cominciato con questo libro, poi ho letto l’altro.

Ho così potuto conoscere un autore pervaso di sentimenti sinceri, che tratta temi importanti come l’amore, la solidarietà, la cura degli altri, avendo sempre a cuore i più deboli. Mi è parso pure di ritrovare delle citazioni cinematografiche nelle sue opere. Per esempio, ne “Il carico della formica” si avverte l’atmosfera intensa e ingannevole di “Shutter Island” dove un magnifico Leonardo Di Caprio trascina lo spettatore in un vortice di colpi di scena, scoperte e false verità fino al devastante epilogo.

Viceversa, nel romanzo fantastico “La farfalla con le ali di cristallo” è molto stretto il legame che corre tra l’ambientazione che i prescelti della missione che dovrà salvare il mondo sperimentano e un altro cult della cinematografia statunitense come “The Truman Show”, nel quale il confine tra realtà e finzione si annacqua fino a far diventare tutto un’indistinguibile melassa dal sapore vagamente acidulo.

Demetrio padroneggia una scrittura ricca, immaginifica e, oserei dire, colorata con un’attenzione meticolosa, talvolta didascalica, al particolare che consente al lettore di entrare con facilità nelle scene descritte con tanta cura. Ma la cifra che mi pare più evidente in lui è senz’altro, secondo me, l’animo puro con il quale egli filtra i temi che affronta nei suoi testi. Riprendendo il parallelismo da cinefili, se dovessi paragonarlo a qualcuno direi che Demetrio assomiglia al regista italo-americano Frank Capra che caratterizzava le sue pellicole per l’ottimismo e i buoni sentimenti.

Ecco, la speranza che non muore mai è il messaggio che Demetrio Verbaro nasconde tra le righe delle sue fatiche letterarie e che lascia un retrogusto dolce al termine della lettura.

"Il carico della formica", romanzo d'esordio di Demetrio
“Il carico della formica”, romanzo d’esordio di Demetrio
"La farfalla con le ali di cristallo", ultima sua fatica letteraria
“La farfalla con le ali di cristallo”, ultima sua fatica letteraria

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È nata una stella (binaria, ça va sans dire) 

Valeria è seduta in fondo alla piccola sala, ormai gremita. È minuta, esile, nella sua tenuta sobria ed elegante. “Ma è una ragazzina!” mi sorprendo a immaginare, prima di riflettere che è un’insegnante di lettere nonché una rispettabile filologa. So anche quando è nata, dalla quarta di copertina. È solo che dimostra dieci anni di meno della sua età. Ed emana una luce. Un’aura. Il suo viso sembra una di quelle stelle di cui parla il suo romanzo. Illumina i presenti come un faro.

Il primo incontro è stato del tutto casuale, ieri. Ho quasi inciampato nel totem esposto fuori dalla libreria: “Stelle binarie”, il romanzo d’esordio della scrittrice reggina Valeria Siclari, vincitrice dell’edizione regionale del premio La Giara – RAI e del premio letterario Città di Ciampino. Sono entrato e ne ho acquistata una copia. Oggi l’ho divorata in un paio d’ore. Poi ho letto che sarebbe stata alla libreria Nuova Ave alle 18:00 per la presentazione del volume ed eccomi.

Il testo parla di grandi temi: l’amore, la sofferenza, la sconfitta, la donazione di organi ma sempre con un retrogusto di speranza non vinta che ne fanno una sorta di manifesto di vita. Tutto poi è filtrato dal legame forte ed essenziale con la terra, con le tradizioni e i riti della Calabria più profonda e vera che non è solo arretratezza e cultura mafiosa. Mi specchio volentieri nei riferimenti al mare, allo scirocco, ai filari di agavi e fichi d’india, agli alberi di ulivo, ai paesini abbarbicati alle montagne, alla capacità dei calabresi di accogliere l’altro.

La scrittura è asciutta ma mai troppo diretta, dura o banale. Anzi, vi sono pagine di bellezza pura, di ricerca estetica della terminologia che si presenta come melodia di suoni. Questa è stata la mia prima riflessione: è, a mia memoria, il primo libro polifonico scritto, sia perché Valeria ha adottato una tecnica narrativa a più voci con i personaggi che si alternano nello sviluppo dei capitoli ma anche perché dalle pagine sembrano levarsi gli accordi di una orchestra che lei dirige con mano sapiente.

Glielo dico mentre verga sulla mia copia una dedica insieme sincera e sorpresa per la stima conquistata così velocemente. Sulla foto di circostanza le auguro le migliori fortune. Il suo secondo romanzo “La convergenza artica” è in uscita dopo aver conquistato il “Cingari – 2015”.

Non c’è alcun dubbio: sentiremo ancora parlare di Valeria Siclari.

Con Valeria Siclari alla presentazione del suo romanzo d'esordio "Stelle binarie" (per gentile concessione dell'autrice).
Con Valeria Siclari alla presentazione del suo romanzo d’esordio “Stelle binarie” (per gentile concessione dell’autrice).